Livello Nostalgia, Nostalgia oltre i confini

Eccola la scuola dei portieri spagnoli

Ad essere sincero, il ricordo più nitido che ho di Zubizarreta, o almeno quello che si affaccia alla mente appena mi metto a pensare, non è legato al calcio, ma alla battuta di un film. Teresa, la misteriosa ragazza spagnola di Rudy, para il rigore che darà avvio alla rimonta di Marco, Ponchia, Paolino e Cedro sul gruppo di ragazzi marocchini in mezzo al deserto; tutti la abbracciano e Diego Abatantuono grida: «Eccola la scuola dei portieri spagnoli! Da Zamora a Zubizarreta!». Il film in questione è ovviamente Marrakech Express, del 1988, a mio parere uno dei più belli di Gabriele Salvatores, peraltro scherzosamente citato da Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba. Battuta compresa.

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Ma perché proprio Zubizarreta? In fondo quelli erano ancora pienamente gli anni di Tacconi, Zenga o Giovanni Galli, che bisogno c’era di andare oltre confine? La risposta, forse – e Abatantuono doveva saperlo visto il tema intrinsecamente nostalgico di Marrakech Express – è che Andoni Zubizarreta è nostalgia nella nostalgia, nostalgia al quadrato. Vediamo in che senso. Classe 1961, basco, Zubizarreta rappresenta da subito un’eccezione: cresce infatti nelle giovanili dell’Aretxabaleta, a circa 80 km da Bilbao, e accetta il primo ingaggio professionistico dall’Álaves.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 però l’Athletic Bilbao è una squadra in ascesa; la finale di Coppa UEFA raggiunta nel 1977 e il gioco frizzante insegnato negli anni successivi da Javier Clemente spingono a coltivare alcune ambizioni. C’è solo un problema: José Ángel Iribar, portiere e storica bandiera rojiblanca, si ritira nel 1980. Sostituirlo con Luis Arconada, colonna dei rivali della Real Sociedad, è impossibile. Bisogna necessariamente scommettere su qualcun altro. La società decide perciò di rischiare e ingaggia il diciannovenne Zubizarreta. Un anno in Primera è più che sufficiente per imparare quel che ancora c’è da imparare; dalla stagione successiva, il giovane portiere gioca titolare. Con i baschi, Zubizarreta rimane fino al 1986, conquistando addirittura due campionati consecutivi e contendendo, di fatto, ad Arconada il ruolo di successore del totem Ricardo Zamora nell’immaginario comune dei tifosi spagnoli.

La chiamata del Barcellona è una logica conseguenza. Alle soglie degli anni ’90, i blaugrana vogliono rilanciarsi, sfidare ad armi pari il Real Madrid di Butragueño e Hugo Sanchez. Sempre per questo motivo, dal 1988, siede in panchina Johann Cruijff. Sorta di profeta già da calciatore, il tecnico olandese rivolta la squadra come un calzino. Soprattutto, costringe i suoi giocatori a una “rivoluzione intellettuale”, portandoli a condividere ed applicare un’idea di calcio futuristica, quasi priva di ruoli definiti, nella quale tutti, portiere compreso, attaccano e difendono. Gary Lineker, previdente, scappa l’anno prima. Ma l’onere più gravoso tocca a Zubizarreta, che si scopre irrimediabilmente uomo del suo tempo, restio e impacciato fuori dai pali, a fare libero aggiunto. Si arma tuttavia di umiltà e fa buon viso a cattivo gioco. D’altra parte, i risultati danno ragione a Cruijff: in sei anni il Barcellona porta a casa quattro campionati, una Copa del Rey, una Coppa delle Coppe, svariate supercoppe e la dolorosa Coppa dei Campioni del 1992, strappata su punizione da Ronald Koeman alla Sampdoria di Vialli e Mancini. Il portiere basco si limita quindi ad una sola domanda, lievemente polemica, al proprio allenatore, che dà vita a uno scambio in seguito divenuto celebre:

«Mister, e se mi fanno un pallonetto?»
«Beh, se ti fanno un pallonetto, tu applaudi»

In queste due brevi battute si concentrano due mondi antitetici, due opposte dottrine all’interno della stessa nostalgia. L’equilibrio si rompe nel 1994, vero e proprio annus horribilis per l’ormai trentatreenne Zubizarreta. Conquistato per differenza reti il campionato ai danni del Deportivo La Coruña, il Barcellona arriva in finale di Champions League contro il Milan di Capello. Van Basten è gravemente infortunato, Baresi indisponibile. Crujiff sente la sua squadra esageratamente favorita. Forse per superficialità, forse addirittura per spocchia, il Barcellona scende in campo distratto e molle. I rossoneri non hanno pietà: annichiliscono i campioni di Spagna con un secco 4-0 che rimane tuttora lo scarto maggiore mai registrato in una finale di Champions. Ma la beffa peggiore si materializza proprio per Zubizarreta: al 47′ Savicevic vince un contrasto con Nadal sulla fascia destra, all’altezza del vertice dell’area. La palla rimbalza una volta, dopodiché il Genio scocca un pallonetto impossibile, in diagonale, che scavalca il portiere e si infila nel sette.

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Crujiff è ammutolito. Zubizarreta sa che quella è la sua ultima partita in blaugrana e non applaude per niente.

Firmerà per il Valencia, cui si aggregherà da settembre. Quella però è anche l’estate del Mondiale USA. La Spagna si presenta con una buona squadra, allenata da quel Clemente protagonista insieme a Zubizarreta dei due titoli al San Mames. La Germania è l’unica squadra temibile in un girone che viene superato senza affanni; la Svizzera agli ottavi un avversario non all’altezza, cancellato con un netto 3-0. Così il 9 luglio, a Boston, Zubizarreta e compagni affrontano l’Italia per guadagnarsi le semifinali. È una partita tattica, scorbutica. A Dino Baggio replica Camineiro. Tutto sembra portare almeno ai supplementari. Poi, al minuto 87′ Berti lancia Signori, che premia l’inserimento di Roberto Baggio nello spazio. Il 10 azzurro salta in corsa Zubizarreta e, da posizione defilata, riesce a mettere in rete. Adiós.

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Gli attori di Marrakech Express sono oggi vicini ai sessant’anni. L’altro “discendente” della stirpe di Zamora, Iker Casillas, nato e cresciuto nella nostalgia, è ormai agli sgoccioli di una carriera grandissima. In mezzo a questi due, ricordare Zubizarreta, il suo difficile rapporto con le visioni futuristiche di Cruijff, ma soprattutto le grandi vittorie e le cocenti sconfitte è un modo, credo, per ricordare a noi stessi da dove veniamo. Da quale calcio e da quale mondo. Un mondo e un calcio in cui un pallonetto era davvero da applausi, soprattutto perché il portiere, il più delle volte, rimaneva tra i pali.