C'era una volta...

Quella volta che…

zidanedavidssito

Questa è la storia di un lunedì mattina verso le undici e di un parcheggio alla periferia di Torino. Ci sono poche macchine; intorno, solo qualche brutto palazzone di otto piani. Non siamo lontani dall’uscita dell’autostrada. Bogdan e Klevi abitano qui vicino e qualche birra nella busta di plastica se la sono portata per sicurezza; Carlos e suo cugino, di cui non so il nome, hanno invece recuperato il pallone. È vero, a Valona e Barranquilla si vede il mare, ma il resto non sembra poi tanto diverso, pensano tutti e quattro, con un pizzico di delusione.

Steven e Yazid vengono da fuori, in macchina, e come lunedì scorso sono in ritardo. È stata colpa di Yazid: non era tanto convinto di giocare e si è fatto pregare. Steven teme di non trovare più nessuno al parcheggio e questo lo irrita, perché è l’unica mattinata libera che hanno per giocare un po’ a pallone.

Per fortuna, quando arrivano, gli altri ci sono ancora. Hanno già cominciato a fare qualche palleggio, ma l’impressione è che li stessero aspettando, o almeno è quel che suggerisce la prima birra aperta. Yazid scende dalla macchina e mentre prende dalla tasca della giacca un vecchio cappello grigio da pescatore, dice ancora a Steven: «Non dovremmo farlo, rischiamo di farci male…» Ma il compagno, leggermente chinato a ravviare la montagna di dreadlocks, risponde: «Lo facciamo per loro, ma lo facciamo anche per noi: sono queste le partite importanti».

zidanedavids

Adesso nel parcheggio alla periferia di Torino sono passate da poco le 11 e ci sono sei persone: abbastanza per formare due squadre. Naturalmente, portieri volanti.

Klevi è un’ala guizzante dal dribbling facile, ma Steven non lo molla mai e non ha paura di mettere la gamba quando serve; il cugino di Carlos corre dappertutto reggendo, di fatto, il centrocampo da solo, mentre Bogdan, per il bene della squadra, resiste alla tentazione continua di accendersi una sigaretta. E poi c’è Yazid. Forse si muove poco, ma accarezza il pallone con la suola come non ho mai visto fare a nessun altro in vita mia.

Finisce 10 a 4. Per chi non me lo ricordo, ma ha poca importanza. Si è giocato davvero, è questo che conta. Come scriveva Eduardo Galeano: «il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti, salta fuori l’impossibile».

Non ho più avuto notizia di altre partite del lunedì mattina, né della maggior parte dei giocatori.

So che Yazid ha smesso e che è diventato da poco l’allenatore del Real Madrid.

Quanto a Steven, l’ultima volta che l’ho visto era in gran forma e mi dicono che ogni tanto scenda ancora in campo. La cosa buffa è che continua a portare gli occhialoni scuri e insiste per farsi chiamare Edgar.