L'essenza della Nostalgia

Totti era già della Sampdoria…

La mia vita di allenatore a Roma è andata avanti per tre anni. Il primo campionato nel 1993-94 è stato deludente, si vinceva a fatica e finimmo al settimo posto. Il clima si fece pesante, ma il presidente Sensi non si scompose, mi rinnovò la sua fiducia e mi disse di continuare senza farmi condizionare o distrarre dalle tante voci che giravano nell’aria. Dopo il quinto posto nella stagione 1994-95, promossi Totti titolare fisso nel 1995-96 e le sue presenze in serie A salirono a ventotto.

Sono uno che non ha mai guardato in faccia a nessuno, e non lo feci neanche nel mese di dicembre del 1995 quando mi accorsi che gli attaccanti, da Balbo a Fonseca, peccavano di un egoismo esasperante e dannoso. Invece di cercare lo scambio con il compagno meglio piazzato, si ostinavano a tirare in porta da qualsiasi posizione o tentavano dribbling quasi impossibili per arrivare alla conclusione personale. Rimasi in silenzio per due, tre partite e alla fine persi la pazienza e dissi a brutto muso: “Ahò” ragazzi, così non si può anda’ avanti. Mi spiegate perché devo passare ore e ore ad addestrarvi alla rifinitura e quando siete in campo fate il contrario di quello vi ho spiegato?  Se non mi avete ascoltato fino a ora, sarete costretti a farlo adesso.  Me dovete sta’ a senti’ perché mo metto una regola e guai a chi sgarra: chi non passa il pallone a chi può fare gol, chi si ostina a fare tutto da solo, io lo mando fuori. Lo sostituisco. Senza eccezioni. Se semo capiti?”

Totti era giovanissimo e ancora non lo conoscevo bene, ma era tra i meno colpevoli. Andammo a Napoli, penultima partita prima della pausa natalizia. La Roma in quel periodo godeva di buona salute, giocava bene e otteneva eccellenti risultati. Ma sprecava molto in attacco. Ricordo Totti prese il pallone, fece un dribbling, arrivò fino alla linea di fondo campo e a quel punto, invece di passare all’indietro, pretese di tirare direttamente in porta. A quel punto, chiamai Delvecchio seduto in panchina e gli dissi: “Hai 5 minuti per riscaldarti. Entri tu!” Quando Delvecchio fu pronto, chiesi la sostituzione e richiamai Francesco, che uscì dal campo imbronciato. Aveva messo il muso. “Che c’hai? Che problema c’hai?” Fui costretto ad alzare i toni per richiamarlo all’ordine. Scontò con le lacrime agli occhi le precedenti colpe degli altri, ma aveva disubbidito e ne pagava anche lui le conseguenze. Le regole sono regole e valgono per tutti. Caso volle che vincemmo a Napoli anche grazie a un gol di Delvecchio, dopo quello realizzato da Thern.

totti mazzone 3

Convinto che la lezione fosse servita, andammo a Torino una settimana dopo a incontrare la Juventus. Eravamo già in vantaggio quando Balbo trasgredì di nuovo le disposizioni: dribbling, corsa fino a fondo campo, inutile tiro in porta. Spostai lo sguardo da Balbo a Totti che era da solo sul dischetto del calcio di rigore. Lo vidi protestare con il compagno di squadra e poi girarsi verso la mia panchina con le mani sui fianchi e lo sguardo di chi mi stava dicendo: ” E adesso che fai? Perché non lo mandi fuori? Perché io sì e lui no? Da lontano gli risposi a gesti: ” Ho già fatto tutte e tre le sostituzioni. Preferiresti giocare in dieci?” Negli spogliatoi feci a Balbo un liscio e busso che ancora se lo ricorda, mentre a Totti dissi: “Che alternative avevo? Se voi giocatori foste intelligenti, non avrei avuto bisogno di mettere quella regola. Siccome siete egoisti, sono stato obbligato a farlo”. Soltanto in seguito venni a sapere che il presidente Sensi aveva fissato un premio in denaro per ogni gol segnato. Ecco perché tutti tiravano da tutte le parti. Allora andai da Sensi e gli chiesi di dare quel riconoscimento anche agli autori degli assist decisivi.

E così le cose presero ad andare per il verso giusto. Concludemmo il campionato al quarto posto insieme al Parma, ma quel risultato non fu sufficiente a evitare il mio divorzio dalla squadra che amo più di qualsiasi altra. Lasciai il posto a Carlos Bianchi. Di questo allenatore argentino, Totti ha detto: “Bianchi non andava d’accordo con i romani, soprattutto con me che ero il più giovane. Non c’è mai stato un buon rapporto. Non mi voleva, diceva che ero pigro, che non avevo voglia di fare niente, che ero grasso, che non facevo la differenza, che facevo male al gruppo”. In più, dettaglio minimo ma significativo, sostenendo che in Sudamerica porta fortuna, a Totti fu affibbiata la maglia con il numero 17, che tra cabala e superstizione, si sa, è poco amato. Mentre ero a Cagliari, mi giunse a un certo punto la notizia della più che probabile cessione di Totti alla Sampdoria. Il problema era che non andava d’accordo con Bianchi. C’era tra i due un’assoluta incompatibilità personale, caratteriale e tecnica. A me dispiaceva per Totti e per la Roma e soprattutto mi domandavo: “Ma come ho fatto a sbaglia’ giudizio su ‘sto ragazzo? E’ possibile che sia così come lo descrive Bianchi e io in tre anni che so’ stato alla Roma nun c’abbia capito gnente?” Mi feci coraggio e, rotti gli indugi, osai ciò che non avevo mai fatto: telefonare al presidente Sensi, tra Natale e Capodanno. “Preside’, so’ Mazzone…”

“Eh, auguri, che succede?”

“Senta, le volevo dì, ma cosa c’è di vero su ‘sta cosa de Totti alla Sampdoria?”

“C’è’ di vero che la trattativa è in corso, per un prestito…”

Allora gli dissi: “Preside’, mi scusi, se Totti se ne deve proprio anda’ via dalla Roma, perché non lo da a me? Lo porto a Cagliari, glielo seguo io. Stia tranquillo, glielo curo come si deve, perché l’ho cresciuto e so come gestirlo. Totti c’ha talento, non lo possiamo spreca’. Poi, quando lei mi chiama, glielo rimando…”

A Sensi l’idea non dispiacque al punto che gli organizzai un incontro con il presidente del Cagliari, Cellino, allo stadio Olimpico, prima del Trofeo Città di Roma, un triangolare con tempi di quarantacinque minuti a cui partecipavano l’Ajax di Amsterdam e il Borussia di Moenchengladbach. Nel frattempo un giornale uscì con il titolo: “TOTTI FORSE AL CAGLIARI” e con una mia intervista nella quale dicevo: “Sono sicuro che Totti preferirebbe restare a Roma, ma se dovesse scegliere Cagliari, lo andrei a prendere a nuoto…” In più, ero rimasto in contatto sia con la mamma sia con Francesco: “Checco, tu devi resta’ a Roma, perché è lì che uno come te, romano e romanista, deve diventa’ un campione…”

totti mazzone 1

Ironia del destino, nell’Ajax giocava il finlandense Litmanen che nei piani della società e di Bianchi avrebbe dovuto prendere proprio il posto di Totti nel campionato successivo. Quella sera all’Olimpico la prestazione di Litmanen, sotto gli occhi dei possibili, futuri tifosi, fu senza infamia e senza lode, pure con un gol da fuori area al Borussia. Insomma, fece quanto era nelle sue possibilità per mettersi in mostra, ma finì comunque schiacciato dalla prova da mattatore di Totti, che prima infilò la porta tedesca con un gran tiro da fuori area e poi mise al tappeto l’Ajax con un formidabile pallonetto che decretò la vittoria della Roma nel torneo.

Il presidente Sensi, entusiasta, ritornò sui suoi passi e mi chiamò: “Totti è più forte di Litmanen, non lo cedo più. Carle’, mi dispiace per te, ma Totti resta qui…”

“No, no, meno male. Io so’ felice per lei, preside’ e per Francesco, che per me è quasi come un figlio”.