Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

Thierry Henry, un ragazzo

Due istantanee.

La prima: Jean Tigana con lo stecchino in bocca, impietrito dopo che la voleé di Alessandro Del Piero ha cancellato ogni residua speranza di qualificazione del suo Monaco alla finale di Champions League ’97/98. La seconda: 8 novembre 1998, lo stesso Del Piero a terra con il braccio alzato e il crociato in frantumi. A prima vista, potrebbe sembrare uno dei tanti discorsi sulla grande Juventus di quegli anni, ma non è così. Da queste due fotografie passa infatti un’altra storia; una storia che parla, almeno all’inizio, di un numero dodici. Un ragazzo.

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Per qualche strana coincidenza numerologica, il ragazzo in questione ha circa 21 anni, mese più mese meno, e di lui tutti pensano abbia un gran talento, anche se non sanno bene dove metterlo in campo. Arsène Wenger, nella sua ultima stagione al Monaco, ritiene che sia un’ala sinistra di tecnica e passo; Jean Tigana, nonostante il ragazzo venga eletto giovane francese dell’anno in quel ruolo, tende invece a spostarlo sempre più verso la porta. Non ha torto: i 7 gol in Champions League che spingono la squadra fino alla semifinale parlano chiaro. Anche Aimé Jacquet osa: da numero dodici, senza una posizione del tutto definita, il ragazzo sarà una risorsa importante per la nazionale ai Mondiali di casa. Una sorta di cestistico sixth man. Del resto, né Lama, né Charbonnier reclamano quella casacca.

I primi ostacoli però non si fanno attendere. Nonostante il clima mite, l’autunno sportivo monegasco del 1998 è travagliato. Il ragazzo col numero dodici segna poco e comincia a emergere qualche tensione con Tigana. Ne approfitta Luciano Moggi, che in gran segreto lo porta a Torino a Gennaio, con un compito immane: sostituire Alessandro Del Piero, infortunatosi gravemente nella nostra seconda istantanea. Anche alla Juventus però la situazione è complicata. A Carlo Ancelotti, giovane allenatore subentrato da poche settimane, si ripresenta il problema: com’è possibile sfruttare al meglio il talento immenso ma ancora inespresso di questo ragazzo, per di più non facendo rimpiangere Del Piero? È una domanda troppo difficile per quella stagione, manca la sufficiente serenità per ragionare e sperimentare. Ancelotti confina il ragazzo “dimezzato”, ora col sei sulle spalle, sulla corsia di sinistra, oberandolo di compiti difensivi. La Juve chiude al settimo posto, lui rimane un rebus irrisolto.

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A questo punto però interviene nella storia chi l’aveva soltanto “intravisto” in Francia: quell’Arsène Wenger che, dopo un’improbabile esperienza in Giappone, siede da tre anni sulla panchina dell’Arsenal. Trenta miliardi di lire bastano per distogliere Ancelotti dal suo rompicapo; il ragazzo sbarca a Londra. Sceglie anche un nuovo numero, il quattordici.

L’inizio ad Highbury non è semplice. Nessun gol segnato nelle prime otto partite, prestazioni opache. Sembra quasi che il ragazzo non sia adatto nemmeno al calcio inglese. Wenger però insiste, e lo fa nel solco dell’intuizione di Tigana: il numero 14 deve giocare davanti, formando il tandem d’attacco con Dennis Bergkamp. È ancora l’Arsenal del capitano Tony Adams; di Ray Parlour e dei baffi d’acciaio di David Seaman, in cui la concorrenza, in un ruolo o nell’altro, risponde ai nomi di Marc Overmars, Davor Suker e Nwankwo Kanu. Può darsi che per il ragazzo sia troppo. Nessuno immagina che il gol segnato al Southampton scivolando all’indietro diventi invece il primo di altri 17 in Premier League e degli 8 che porteranno l’Arsenal in finale di Coppa UEFA, persa poi ai rigori contro il Galatasaray di Hagi e Hakan Sükür.

La perseveranza di Wenger sembra essere stata premiata: le stagioni che seguono sono infatti un crescendo inarrestabile per il ragazzo. L’allenatore lo sposta al centro dell’attacco come unica punta di un 4-5- 1 in realtà molto offensivo, sorretto da Patrick Vieira e Fredrik Ljungberg e impreziosito dalla classe di Robert Pires. Lui ripaga fiducia e libertà concessa con cinque annate consecutive da più di 30 gol ciascuna. Segna in tutti i modi e in qualsiasi momento della partita, spesso partendo da dietro. E il pallonetto in girata al Manchester United nell’ottobre del 2000 è una cosa semplicemente impossibile da descrivere. L’Arsenal vincerà due campionati, tre FA Cup e in Champions League dovrà arrendersi solo al Barcellona di Ronaldinho nel 2006. I due premi della Scarpa d’Oro consecutivi e la statua di bronzo inginocchiata all’entrata dello stadio raccontano solo parzialmente di come il ragazzo col numero 14 fosse l’anima, ma preferirei dire l’ápeiron, di quella magnifica formazione. La mancata assegnazione del Pallone d’Oro rappresenta tuttora un crimine contro la nostalgia.

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Di ciò che è accaduto dopo, in particolare del passaggio in blaugrana, credo si possa anche non parlare. Basti dire, parafrasando Enrico IV di Borbone, che una Champions val bene il Barcellona.

D’altra parte lì giocò, pur dignitosamente, solo un uomo malinconico, non più un ragazzo. Vi sarete accorti che ho scelto di non chiamare mai per nome il ragazzo. Primo perché il suo nome lo conoscete perfettamente. Ma soprattutto perché per me è sempre stato questo: un ragazzo. Come se la cavalcata leggera ed elegantissima con la quale saltava gli avversari e dialogava con i compagni dimostrasse ogni volta i suoi immutabili ventuno anni, anche nell’arco di un intero decennio.

Nelle Lezioni Americane, Italo Calvino sosteneva le ragioni della leggerezza, ovvero della sottrazione di peso alla letteratura e alla vita. Credo che Thierry Henry, nei suoi dieci anni da ragazzo, abbia fatto lo stesso sul campo di calcio.