Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

Tanti auguri Batigol…e quella “Pioggia Viola”

Ho lasciato trascorrere molto tempo senza dire nulla, lo so. Ma come potevo? Non avrebbero capito. Non sono nemmeno sicuro che possano farlo adesso. Lo confesso: io stesso, all’inizio, ho faticato moltissimo. Le tue parole erano difficili. Non fredde, questo no. Ma chiedevano uno sforzo di comprensione che, in quel momento, oltrepassava le nostre possibilità. Così le ho tenute da parte. Le ho conservate. Non so se oggi sia il giorno giusto per renderle pubbliche, ma passati quasi diciassette anni è ormai diventata una questione indecidibile, sulla quale è inutile arrovellarsi. Sono parole che vengono da te, e sono indirizzate a noi. A ciascuno di noi. Forse è sufficiente. Forse è tutto quello che resta, a prescindere dal significato.

“Non avrei mai voluto causarvi alcun dispiacere. Non avrei mai voluto causarvi alcun dolore.”

 Lo so, non ho dubbi su questo. Però mettiti nei loro panni. Solo sette anni prima, ti avevano visto piangere per quell’assurda retrocessione e rimanere con loro nonostante tutto. Quell’amore assoluto, quasi violento, che sembrava potesse avere solo il codino era stato infine riversato in te. Lo sentivi attorno, circondava di magia ognuno dei tuoi gol. Ne facesti sedici e ti valsero, da attaccante della Serie B italiana, addirittura la chiamata per il campionato del mondo. Per giocare al fianco di Diego. «Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata. Eterna gioia della mente immacolata!»

bati

Lo capisci adesso? Te ne rendi conto? Non si possono realizzare tre doppiette in sette partite e credere che questo non pesi. Non si può pensare che, se ti comporti in un certo modo, non resti un segno profondo.

“Non ho mai desiderato essere l’amante del fine settimana. Ho solo cercato di essere un vero amico, in qualche modo. È proprio un peccato che la nostra amicizia sia dovuta finire.”

Non è vero, lo sai bene anche tu. Quella forza, quella rabbia feroce che ogni volta sembrava che la porta dovesse esplodere, tanto forte ci scaraventavi dentro la palla…

Gabriel Batistuta

Non so, forse dovremmo intenderci sui termini. Perché in effetti l’amicizia è un legame profondissimo, però non siamo abituati a sentire tutta quella foga. Né io, né probabilmente loro. E il record di Pascutti battuto; e quello di Hamrin qualche anno dopo, con la tripletta all’ultima partita con la 9. La Coppa Italia in finale con l’Atalanta, il titolo di capocannoniere e la Supercoppa strappata al Milan di Baggio e Savicevic. Perfino la delusione atroce di quello scudetto sfumato col tuo infortunio e col Carnevale di Edmundo; perfino in quella ho visto vibrare ogni molecola della furia animalesca che non riuscivi a tenere dentro. Perciò, abbi pazienza: comprendiamo la ragionevolezza, il tentativo di spiegazione. Il problema è che il cuore sanguina ancora. È un dolore costante, spossante, che toglie lucidità oggi come diciassette anni fa. E del resto, come non potrebbe? Basta il ricordo del silenzio irreale del Camp Nou dopo il diluvio di fischi in Coppa delle Coppe. Oppure di Wembley, quando la palla raggiunse velocità relativistiche, contraendo la propria massa e infilandosi in rete senza che una spiegazione “classica” potesse rendere ragione dell’accaduto. Basta, infine, il pensiero di quel Pallone d’Oro mai ricevuto per l’unica colpa di essere rimasto fedele ad oltranza. Quasi fino alla fine.

batistuta arsenal

Come ti dicevo, il cuore sanguina ancora: è questo il problema.

“È tempo di provare qualcosa di nuovo, e questo vale anche per voi.”

Certo, per carità. E ci sei pure riuscito. Uno scudetto, per di più a Roma, vale moltissimo. Anche loro sono andati avanti: era necessario. Se ne è preso cura Manuel, almeno in quell’anno. E anche Enrico, Moreno e Angelo hanno fatto la loro parte. Ma non posso tacerti che è stato tutto diverso, più fermo. Orfano di quei fremiti che solo tu sapevi dare.

Non so se alcuni di loro abbiano avuto qualche presentimento, ma una volta mi hanno detto: «e se crede che lo abbiamo dimenticato, non dirgli che non è così».

Sono rimasto zitto, ma li capivo. E credo li capisca anche tu, in fondo.

“Volevo solo vedervi ridere sotto la pioggia viola.”

Ti confesso che mi ci sono voluti anni per capire quest’ultima frase. All’inizio ho pensato addirittura che fosse una presa in giro, un imbroglio: ma che diavolo significa che vuoi vederci “ridere”? Ti sembra possibile? E anche quella pioggia era così ambigua, come se volessi intendere che senza di te tutto precipitava… Ma sarebbe stato davvero troppo, e allora ho aspettato. Mi sono dato il tempo necessario. E alla fine ho capito.

Stadio Olimpico, 26 novembre 2000. Zago alza un campanile per Guigou che spizza di testa verso il centro. Il tiro parte poco fuori dall’aerea e non lascia scampo all’amico Francesco Toldo. È un gol dei tuoi, indubbiamente. I compagni giallorossi ti circondano di gioia, ma tu resti nell’abbraccio solo per nascondere le lacrime. Sono lacrime pesanti, non hanno nulla di liberatorio, anche se porteranno a uno scudetto. Sono lacrime che scendono copiose proprio davanti ai loro volti, a quegli sguardi che ancora non hanno disimparato ad amarti, e hai la tremenda paura che possano non smettere più, fino a incidere i tuoi tratti. Ciò che sei.

Io non so se alla fine loro siano riusciti a ridere, ma ora ricordo bene quella pioggia, la sento quasi battere su di me.

Pioggia viola. Purple Rain.

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