Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

Se debutta in massima serie strappo il mio patentino

La gioventù

La Jugoslavia degli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 è una polveriera pronta ad esplodere.

Costrette ad essere parte di un’entità politica che livellava (nascondendole) le grandi differenze di storia, lingua, cultura e religione, le etnie che la abitavano ne sancirono lo sgretolamento prima che la politica ne certificasse la fine, tra il dicembre del 1990 e il gennaio del 1991, combattendo i tentativi di reprimere con la violenza i movimenti centrifughi ed indipendentisti delle future e nascenti nazioni.

 

Crollato il mito del comunismo, tra i collanti sociali il calcio fu l’ultimo a spirare prima di doversi piegare anch’esso agli inarrestabili esiti della guerra civile nei Balcani (per fortuna una breve parentesi).

Fu in questo scenario che la Jugoslavia del pallone conobbe la migliore stagione di giovani talenti mai nata, uniti dalla “fame”, dalla voglia, dalla passione e dal talento puro, ma spesso divisi dall’etnia alla quale appartenevano.

Agli albori della guerra, comunque, la federazione jugoslava dopo un’interminabile indecisione inviò in Cile la propria under 20 per il Mondiale 1987, decimata e priva dei giocatori più rappresentativi almeno secondo il parere degli allora dirigenti.

La spedizione sudamericana era considerata più una noia che una vetrina, ma soprattutto per evitare che la Fifa certificasse che le tensioni politiche intestine fossero il sintomo della lacerazione politica che la Jugoslavia viveva, di conseguenza escludendola (vedi Europeo tedesco del ’92), fu deciso di inviare una squadra monca e senza alcuna aspettativa.

Restarono a casa ben 7 titolari: il capitano Aleksandar Djordjević per squalifica, gli infortunati Igor Berecko, Dejan Vukicević, Igor Pejović e Seho Sabotić, oltre ai campioncini in erba Sinisa Mihajlović, Vladimir Jugović ed Alen Bokšić per scelta tecnica. Non proprio i primi arrivati.

Tuttavia la miopia dei dirigenti sportivi dell’epoca o l’enorme ricchezza del materiale umano a disposizione, svalutò il giudizio sulla rosa che si accingeva a volare alla volta di Santiago del Cile non consentendo la serena valutazione dei reali valori impiegati.

Storicamente infatti, i giocatori slavi emergono bilanciando tecnica di base raffinatissima e ostinato rifiuto di qualunque inquadramento, tattico e/o disciplinare.

Probabilmente il fatto di partecipare alla competizione più per motivi strategici che per intercettare l’obiettivo sportivo, affrancando di fatto i giocatori dal dovere di vincere, permise loro di esprimersi genuinamente.

Fatto sta che inaspettatamente i balcanici sbaragliarono la concorrenza, vincendo la competizione e battendo ai rigori la forte Germania Ovest, mostrando che diversi elementi erano destinati al gota del calcio europeo.

La vittoria della Jugoslavia ai Mondiali under 20 del 1987:

1987 (October 25) Yugoslavia 1 -West Germany 1 (Under 20 World Cup)

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Tra questi rientravano sicuramente Robert Prosinečki e Zvonimir Boban (senza dimenticare Jarni, Mijatović e Šuker…).

Ed è di loro che vogliamo raccontare.

Il primo era un regista di classe purissima, fisico potente e veloce e visione di gioco da leader predestinato. Il secondo un trequartista senza difetti baciato dal genio, efficace in fase di costruzione e sotto porta.

Robert era di padre croato e madre serba, Zvonimir croato da entrambi i genitori. Il loro destino si incrociò, per la prima volta da ragazzi nelle giovanili della Dinamo Zagabria.

Robert vi arrivò dopo che i genitori decisero di fare ritorno a Zagabria dopo una parentesi tedesca, Zvonimir invece passando dalle fila dell’Hajduk Spalato in cui giocò per una sola stagione nel 1981.

Due talenti precoci che giocavano sullo stesso asse.

Prosinečki giocava da vertice basso, recuperava i palloni interrompendo il gioco avversario e faceva ripartire il proprio, Boban filtrava il lavoro del compagno 20 metri più avanti, saltava l’uomo creando la superiorità numerica e concludeva l’azione fornendo l’assist o timbrando il cartellino in prima persona.

Ciò che impressionava era la qualità media del gioco espresso che sbalordiva qualunque osservatore.

I due diventano subito amici perché crescono insieme foraggiando il sogno di diventare grandi professionisti, sebbene interpretano il concetto in modo opposto.

Zvonimir conduce una vita da atleta vero, senza concedersi sgarri (se non una certa quota di indipendenza intellettuale che non riesce a piegare in nessuna circostanza); Robert, invece, coltiva il vizio del fumo già da quando aveva soli 12 anni (secondo quanto ci racconta Boban sull’amico di sempre) e non lo abbandonerà mai.

Tra l’85 e l’86 entrambi esordiscono tra i titolari della Dinamo, imponendosi all’attenzione di stampa, media e addetti ai lavori quali talenti purissimi. Addirittura nell’arco di brevissimo tempo, Zvonimir ne diventa il capitano.

Alle fortune sul campo che tributa entrambi del genio che hanno ricevuto, fa da contraltare l’opposto giudizio che mister Blazevic formula sull’accoppiata.

Sia chiaro, il mister era considerato il più grande esperto di calcio e suoi interpreti a quelle latitudini e non era certo insensibile o cieco di fronte al talento dei due giovani.

Al contrario le giocate dei suoi giovanissimi allievi facevano vibrare diverse corde ma al momento di scommetterci sopra, se Boban offriva ampie garanzie sull’investimento il talento di Prosinecki si offuscava di fronte ai suoi difetti, mettendo in luce l’elevato rischio della puntata.

Almeno secondo Blazevic che scommise anche lui, perdendo (come si vedrà più avanti)…

La Coppa Campioni del ’91

Di ritorno dalla gloriosa spedizione cilena, il giovane regista, assillato dai continui e sempre più frequenti dissapori col tecnico, decide di lasciare i croati per tentare una nuova avventura.

In quell’epoca, nel campionato jugoslavo, esisteva una squadra ricchissima di tradizione e giovani talenti dalle grandi potenzialità tra cui un montenegrino di nome Savicevic, i serbi Mihajlovic e Jugovic, e il macedone Pancev (futuro all’Inter senza lasciare un gran segno). Si tratta della Crvena Zvezda, o meglio nota come Stella Rossa Belgrado, squadra serba.

Per un giocatore croato scegliere un club serbo alla fine degli anni ‘80 equivaleva a non essere sani di mente, a non volersi troppo bene, a non desiderare una vita tranquilla, insomma a volersi mettere nei guai.

Tuttavia, come tutte le scelte ardite che impongono il dazio di immediate rinunce a fronte della stabilità di guadagni futuri e gloria perpetua, si rivela la scommessa più vincente ed esaltante della sua carriera.

D’altro canto era anche un’opzione lucida. L’allora giovanissimo Prosinecki aveva già dimostrato di essere un campione, ma prima di tentare il grande salto per le big d’Europa era necessaria una tappa intermedia.

La Stella Rossa offriva il vantaggio di rimanere in patria giocando per obiettivi nazionali e internazionali.

Il suo ex allenatore scegliendo di privarsi di un fuoriclasse con tanta insistenza, al limite della tracotanza, dovette proteggere la sua decisione, dichiarando che “avrebbe strappato il suo patentino di allenatore se Robert fosse riuscito a giocare nella massima serie nazionale…”.

Per quanto se ne sa non si è mai visto Blazevic sminuzzare alcun pezzo di carta bollato, anche se ne avrebbe avuto ben donde.

Con i serbi, comunque, Prosinecki disputa le sue migliori stagioni; vince, stravince e convince, in patria (scudetti dal 1987 al 1991) e in Europa.

Nella stagione 1989-1990, la giovanissima compagine serba getta alle ortiche un’ottima stagione europea riuscendo ad uscire dalla competizione contro i tedeschi del Colonia, dopo avere vinto all’andata per 2-0 e subendo due reti (quella del 2-0 e del definitivo 3-0) dal minuto ‘83…

L’anno successivo, tuttavia, il valore della squadra riemerse prepotente e l’insipienza di gioventù della stagione precedente si stagliò nitida e chiara come un monito che l’abile allenatore Petrović seppe raccogliere.

La vittoria della Jugoslavia nel 1991 a Bari contro l’O.M.

Stella Rossa – Coppa Campioni 1990-91

Detalji sa utakmice finala Kupa Sampiona 1991 u Bariju. It was the perfect script. FK Crvena Zvezda against Olympique de Marseille. The best two teams in the European Champion Clubs’ Cup contesting UEFA’s 100th final.

Al calcio spumeggiante mostrato nella fase delle qualificazioni e culminato nella strepitosa semifinale contro il titolatissimo e ben più quotato Bayern Monaco, Petrović seppe alternare un calcio attendista e speculativo nella finale contro la forte Olimpique di Marsiglia di Jean Pierre Papin (futuro milanista e pallone d’oro 1991), nella finale di Bari.

Dopotutto, in questi casi, il risultato conta più di tutto il resto.

L’ultimo incrocio con l’amico Zvonimir

Nella stagione 1989-1990, la Stella Rossa di Robert, lanciatissima verso il titolo nazionale, deve prima vedersela con gli odiati rivali croati della Dinamo Zagabria, tra le cui fila gioca (ancora per poco) Zorro Boban.

Non si tratta di una partita, ma dell’occasione di mettere in scena allo stadio Maksimir una battaglia da campo annunciata che così tanto somiglia al prologo di una guerra, oramai inevitabile.

Croati e Serbi si odiano a morte perché portano avanti un progetto che non prevede altro che l’esclusione degli antagonisti, e i loro leaders hanno fomentato l’odio tessendo un ordito dalla trama rosso sangue.

La dissoluzione della Jugoslavia passa dai progetti della Grande Serbia e della Grande Croazia, programmi politici ultranazionalisti e speculari che ambivano a far gravitare l’etnia serba e quella croata sotto la diretta influenza della nazione madre.

In Croazia, però, vivono moltissimi serbi. E in Serbia moltissimi croati. In Bosnia, entrambe le etnie.

La partita è soltanto una cornice, l’occasione per formalizzare una dichiarazione di guerra.

I serbi si presentano in 3.000 guidati da un certo Željko Ražnatović meglio noto come la Tigre Arkan, criminale di grosso profilo di cui il governo serbo si servì per dare vita ad un efficientissimo commando paramilitare che guidava le incursioni armate in territorio croato e bosniaco, al prezzo di un genocidio pianificato e la licenza di arricchirsi derubando a piacimento.

Questi ebbe il grande merito di unire le frange degli ultrà della curva serba dello storico Marakana sotto il vessillo di Milosevic (capo politico serbo) fornendo agli sbandati una comoda ideologia per sfogare frustrazione e violenza al servizio di un progetto più ampio, non meno tremendo.

Dall’altra parte i croati non erano da meno, sospinti anche loro da un vento ultra nazionalista che li avvicinava al baratro dello scontro armato, della miseria, dell’odio etnico, della guerra.

Era il 13 Maggio 1990.

Alle prime aggressioni serbe, il consistente dispiegamento di forze dell’ordine (dello stato jugoslavo, a larghissima maggioranza serba) fu vanificato dalla scelta di assistere e lasciare fare, senza intervenire. Una scelta incomprensibile si direbbe, ma molto più sensata – o meglio, orientata – se si pensa che larghissima parte delle forze impiegate vestivano ancora divise jugoslave, ma erano sul punto di smetterle per indossare quelle dell’esercito serbo.

Dalla curva dei temibili Bad Blue Boys, i tifosi croati, la risposta non si fece attendere di fronte alle chiare provocazioni serbe. Invasero in massa il campo di gioco per cercare lo scontro e lì la polizia intervenne energicamente contrastando i tifosi locali.

Nel frattempo i giocatori serbi, tra i quali il croato Prosinecki, si rifugiarono negli spogliatoi dai quali non uscirono per diverse ore.

Nel mezzo del parapiglia, un giovane tifoso croato veniva preso di mira da un poliziotto che infieriva su di lui col manganello. Per il 19enne Zvonimir Boban, capitano della Dinamo, era un insulto troppo grave da lasciare impunito e intervenne in difesa del connazionale, scalciando il poliziotto che rovinò per terra mollando la presa sul giovane.

Dirà più tardi in un’intervista: “Da cristiano, so di avere sbagliato. Gesù ci ha insegnato a porgere l’altra guancia, ma non ci ha detto cosa fare quando veniamo percossi su entrambi i lati…”.

Capito il tipo, no…?!

In seguito a quell’episodio, che Zorro rivendicò sempre come un gesto dettato dalla dignità, il trequartista più forte di Croazia, dapprima rischiò il linciaggio, poi l’arresto e infine pagò con una squalifica di 6 mesi comminatagli ad hoc, e conseguente esclusione dal mondiale italiano che si sarebbe giocato pochi giorni dopo.

Secondo tanti quel calcio formalizzò l’inizio della guerra; ad essi si aggiungono i pochi, nel concordare che comunque consegnò all’immortalità Zvonimir Boban.

I due amici continuarono le rispettive carriere con alterne fortune.

Prosinecki divenne il 10 del Real Madrid, in sostituzione di un certo romeno di nome Hagi che incanterà al mondiale di Usa ’94 e nel 2000 lesionerà il legamento della caviglia di Antonio Conte interrompendone, di fatto, il momento di forma migliore della sua carriera.

Nonostante le indubbie capacità, non riuscirà più a lasciare il segno. Tanto a Madrid quanto a Barcellona (voluto da Johan Cruijff che di talenti qualcosa ne masticava), se non sporadicamente.

Zorro, al contrario, dopo una breve parentesi a Bari -ironia della sorte, stessa piazza che rappresentò il punto più alto della carriera dell’amico Robert- saprà imporsi nel Milan delle meraviglie, dove giocherà 9 stagioni vincendo tutto e convincendo tutti.

Destini diversi in una stagione storica tristissima, incrociatisi diverse volte e declinati dalla necessità di sentirsi liberi.

A cura di Carlo Di Natale