Livello Nostalgia, I re di provincia

Re Lamberto: pane, acqua e fantasia

Zauli1

Il fatto è che li riconoscevi subito, anche se non avevano il 10 sulle spalle. Sul finire degli anni ’90, messi definitivamente in soffitta gli ultimi rigurgiti sacchiani di 4-4-2, era diventata una questione culturale: difesa di ferro e fantasia dietro le punte. Un ibrido tutto italiano tra coesione di squadra e talento individuale. Allora ce lo potevamo permettere, questo è certo.

In città come in provincia, il fantasista non era un lusso, bensì uno stile di vita, un modo ben preciso di intendere il calcio che accomunava tutto il paese.

Lamberto Zauli ha rappresentato perfettamente questo spirito dei tempi.
Nato a Roma, ma svezzato calcisticamente tra Toscana ed Emilia-Romagna, per tutta la prima parte della sua carriera è stato definito un giocatore “lento”. Inadeguato per la fascia, troppo educato per essere un semplice mediano. Insomma, dove lo metti un ragazzone di un metro e novanta che ha piedi di velluto e un’idea di calcio da artista rinascimentale?

Da buon copernicano, Francesco Guidolin risolve il problema, ribaltando completamente i termini del discorso: per quelle stesse caratteristiche infatti, Zauli deve diventare il principio d’ordine della squadra, la giuntura fondamentale tra pensiero e azione in questa nuova filosofia.

Schermata-2014-12-26-alle-02.11.19

Sono gli anni del Ravenna. Sono, soprattutto, quelli di Vicenza.
Nel 1997 i biancorossi, trascorsi ormai i tempi Pablito e Roberto Baggio, si sono resi protagonisti di una grandissima stagione, coronata con la vittoria della Coppa Italia.

Con l’umiltà sempre un po’ meditabonda che lo contraddistingue, Zauli, neoacquisto, diventa presto il trascinatore della squadra. Il Vicenza gioca un campionato più che dignitoso e soprattutto accarezza l’impresa europea, interrotta solo in semifinale di Coppa delle Coppe dal Chelsea di Vialli, Zola e Di Matteo. E Lamberto dà spettacolo: assist, grandi giocate, un gol che definire circense ne restituisce solo in parte la bellezza. Come se calcare quei palcoscenici fosse stata un’abitudine, da sempre.