Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

La storia di Gianluca Pagliuca raccontata dal palo di Pasadena…


Vado verso i 100 anni, il tempo mi ingiallisce manco fossi la sua fotografia preferita. Ma sono sempre qui, sempre in piedi. Perché è da alzati che si è parte del mondo. Di momenti incredibili ne ho vissuti parecchi, e sono già certo che ne vivrò anche altri. Ma, come in ogni adolescente che si rispetti, le prime volte sono le volte migliori, perché tutto ciò che fai è contornato da una vergine e spasmodica attesa. Così fu per il mio primo bacio, come potrei dimenticarlo? Solo che a differenza di quello che pensate voi io il mio primo bacio non l’ho ricevuto a 14 o 15 anni.

Ho dovuto aspettare ben 71 anni. Quindi immaginate la mia spazientita aspettativa. Anche una persona in là
con gli anni come me aveva diritto all’amplesso più romantico che si possa vivere. Un bacio, l’unica cosa che unisce, esattamente come l’orizzonte quando decide di affievolirsi tra cielo e terra, rendendo tutto una cosa sola. Ma adesso vi racconto come andò. Accadde 23 anni fa, era il 1994. Io ero lì, come sempre, dentro il Rose Bowl di Pasadena. O con la pioggia o con i 40°, io ero sempre lì. Ad aspettare. Finché arrivò quel 17 luglio 1994, non di sicuro un giorno
qualunque.

Pasadena Rose Bowl

I miei colleghi mi dissero, con largo anticipo, che per un giorno saremmo stati il centro del mondo, ovvero che per una volta era tutto il mondo ad aspettare qualcosa da noi e non noi dal resto del mondo. Era la finale di Coppa del Mondo di calcio. Ai nostri piedi c’era l’Italia e il Brasile. Fu difficile rimanere rigidi e fermi sulle nostre posizioni: come fai a non provare una simile emozione? E allora decisi che per stemperare la tensione avrei dovuto fare qualcosa di significativo: eravamo in mondovisione. Se nel primo tempo il mio compagno fu lo spelacchiato portiere del Brasile, nel secondo tempo fui attratto da questo giovanotto italiano, dall’aria dura, ma generosamente latina allo stesso tempo. Mi chiesi: “Chissà come si chiama…”.

Formazione Italia Brasile 1994

Aspettai che raggiungesse la porta e che voltasse la spalle. Appena lo fece potei leggere il suo nome: Pagliuca. Il numero 1 stavolta è un colosso alto quasi quanto me. Quando non era impegnato nel gioco notai quanto fosse sotto pressione. Non so cosa fu, ma capii, come se fosse una scossa percepita interiormente, che c’era del feeling con quel ragazzo. Mi dissi che l’avrei aiutato con tutte le mie forze se solo avessi potuto. E fu quasi buffo che si presentò davvero l’occasione per rendermi utile.

Pagliuca e Tffarel Finale Usa '94

Alla mezz’ora del secondo tempo il brasiliano Mauro Silva scoccò verso la porta un tiro dal centro destra. Tiro neanche troppo irresistibile, “Pagliuca la prenderà” faccio tra me e me. Ma il portiere italiano incappò in un goffo infortunio: la palla non si acquieterà tra le sue braccia, ma, come farebbe sul ciglio di un canestro di basket, scodella vertiginosamente. Va verso destra e sta per infilarsi dentro la porta, proprio ad un centimetro da me. Devo fare qualcosa, devo fare qualcosa, devo fare qualcosa! Lo faccio: mi sposto qualche centimetro più a sinistra, tanto non se ne accorgerà nessuno: devo fermare la palla. Sbatte su di me. E la restituisco subito a Pagliuca. Anni e anni di vita ad aspettare il momento per cui sarei stato qualcosa per qualcuno. Ci guardammo negli occhi con Gianluca (così lo chiamavano tutti) e fu una scintilla senza spiegazione, ma mi sentii letto nell’animo. Lui capì, solo lui capì chi fossi io davvero. Che ero sempre stato lì per quello, che ero stato sempre lì per lui. Gianluca si avvicinò e mi diede un bacio.

Il bacio di Pagliuca nella finale di U.S.A. ’94 tra Italia e Brasile:

Pagliuca, la suerte existe

GIanluca Pagliuca y una de las escenas inolvidables de la final en USA 94

Fu la prima volta che mi sciolsi, che capì che per certi momenti come quelli val la pena stare in piedi tutta la vita.
Ogni tanto con Gianluca ci scambiavamo qualche occhiata. Ha capito che l’avrei aiutato: ai tempi supplementari quando Romario calciò a pochi centimetri da me, io mi spostai nuovamente quel tanto che bastava nuovamente a sinistra, facendo scivolare fuori il suo tap-in. Inchiodati sullo 0-0, io capii che si stava per andare ai rigori. Cercai di dirgli, di fargli capire, di scegliere questa porta, che io una mano a quel gran bravo ragazzo l’avrei data volentieri.

Purtroppo però fu scelta l’altra porta, e non andò bene a Gianluca e ai suoi amici. Anzi, il mio collega dell’altra porta, geloso del mio primo bacio, non volle aiutare Pagliuca: quando  tirò il rigore Romario, il mio collega si fece colpire addosso per poi rimandare la palla dentro la porta. Alla fine, il Brasile diventò Campione del Mondo.
Ho conosciuto le lacrime degli azzurri, come ho conosciuto la sensazione di esasperata felicità di quelli vestiti di giallo. Io non sapevo se essere felice per l’unico bacio mai ricevuto in 94 anni di vita o triste perché vedere soffrire chi vuoi bene è una sconfitta senza pari. So, Gianluca, che in tutti questi anni avrai pensato anche tu a quel momento, qualunque sia stata la tua strada, come io ho pensato a quell’attimo, malgrado qui si sono avvicendati sport e atleti come se piovesse, mentre tu hai continuato a girovagare le porte di mezzo mondo.

Rigore finale Baggio Brasile

Ma di certo so bene che quando senti un cronista dire “Tizio ha preso solo il palo”, tu sai bene che un palo non sarà mai soltanto un palo.

Il palo destro della porta sinistra del Rose Bowl di Pasadena