Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

Quel 10 che più che un numero sembra un voto

La carriera di Alessandro Del Piero sembra tratta da un’opera teatrale. Noi l’abbiamo divisa in tre atti, tre fasi ognuna determinante per trasformare una carriera calcistica in una leggenda senza tempo.

ATTO I

Pinturicchio, ovvero «tagliati i capelli»

Prologo. Udine, Interno, 1993.

Franco Causio ha ricevuto una telefonata qualche giorno prima. Il suo emissario a Padova, di cui non sappiamo il nome, è preoccupato: dice che il Milan sta per accordarsi col ragazzo e chiede indicazioni sul da farsi. La decisione finale spetta a Boniperti, il quale però sembra non avere alcuna fretta. Baggio e Möller sono già un lusso, specialmente con uno come Trapattoni in panchina. Il ragionamento non è scorretto, eppure Causio – una vita al fianco del Presidente – non si fida. È difficile da spiegare, ma sente che questa è una di quelle occasioni che si rischia di rimpiangere per sempre. E allora insiste.

«Presidente, lasci che le presenti questo ragazzo». È andato a prenderlo personalmente e non si capisce chi dei due sia più teso. Boniperti resta seduto. Il ragazzino si avvicina timidamente, cercando le parole giuste da dire in quei lunghissimi secondi. La giacca grigia che indossa è troppo grande; la zazzera di riccioli scuri lo rende più goffo di quello che è in verità. Il Presidente non lascia nemmeno che inizi a parlare. Dallo sguardo severo spunta, inatteso, un sorriso rassicurante: «Bene, l’anno prossimo giochi con noi, perciò tagliati i capelli».

alessandro del piero
Udine, 4 aprile 1993.

Scena Prima. Reggio Emilia, Parma, Viareggio.

In cuor suo, Antonello Cuccureddu, allenatore della Primavera, sa che è giusto così. I diciannove anni di Alessandro sono un numero relativo; sono pochi solo se ti convinci che lo siano. Perciò lascia che, un po’ alla volta, Trapattoni se lo porti via. Si farà bastare un assist di tacco e un gol su rigore contro la Fiorentina, nella finale del prestigioso Torneo di Viareggio. Mica poco, in fondo.

Tutto il resto sta nel racconto di Andrea Sardini e, soprattutto, di Luca Bucci: un racconto privo di parole, interamente racchiuso nella smorfia di disappunto e nelle spalle voltate al campo mentre raccolgono il pallone – i palloni – in fondo alla rete.

Scena Seconda. Cappella Bufalini – Palazzo Della Rovere, Interni, 1994 – 1998.

La collaborazione con Pietro Perugino per alcuni famosi affreschi della Sistina riecheggia nelle Storie di San Bernardino della Cappella Bufalini, prima vera grande opera del Pinturicchio. I moduli utilizzati testimoniano la lezione fondamentale appresa dal Maestro, alla quale però il talentuoso pittore aggiunge vivacità e ricchezza di variazioni sul tema principale, ad esempio il calcio di punizione. La tecnica è la stessa, cambiano invece alcune interpretazioni dello spazio e del colore.

Credo che l’Avvocato Agnelli la pensasse più o meno allo stesso modo. L’unica differenza è che preferì Raffaello a Perugino, in una ricercata inversione cronologica. Di sicuro però, ebbe ragione sulla parentela artistica tra i due, sullo stile, sulla reciproca ammirazione. Perfino sull’amicizia dell’allievo col Maestro. Nonostante tutto.

Millenovecentonovantaquattro. I tre esperti faccendieri voluti dai committenti hanno chiamato un nuovo, ambizioso timoniere: Marcello Lippi. A lui, il compito di reinventare una squadra delusa da troppo tempo. Gli ingredienti ci sono tutti: grande dedizione, uomini affidabili, idee innovative. Soprattutto, una fame atavica. Il risultato non si fa attendere. Tre attaccanti puri sono un’eresia tattica, degna solo di un grande genio; la prima pennellata di Pinturicchio contro la Fiorentina lascia già intravedere quello che poi sarà lo sfavillante Soffitto dei Semidei. È scudetto, dopo nove anni di digiuno. Ma d’ora in poi, il giovane pittore dovrà dimostrare di valere il Maestro. Sempre, senza tentennamenti. Con quel numero pesantissimo sulle spalle e il suo nome scritto sopra per la prima volta nella storia juventina. Unico vezzo concesso: un paio di buffe basette a punta.

alessandro del piero roberto baggio

Il Soffitto di Palazzo Della Rovere è un’opera grandiosa, cui Pinturicchio dedica interamente gli anni ’90. In esso, il repertorio dei bestiari medievali si fonde armonicamente con la tradizione filosofica dell’Umanesimo italiano, offrendo una moltitudine di miniature sbalorditive. Lazio, Steaua Bucarest, Borussia Dortmund… Il tratto è sempre lo stesso, inconfondibile: vertice sinistro dell’area, pallonetto ad effetto sul palo opposto. Ogni volta. Fino alla fine. Con la maglia blu giallostellata e un urlo che esplode di gioia, arrivando fino a Tokyo. Smettere di fissare l’opera d’arte è impossibile: la volta scintillante attira così forte lo sguardo che pare quasi che le figure divengano suoni: una melodia familiare che racconta di una sfera di stelle, ognuna delle quali riverberata nelle mille cornici dorate del Soffitto dei Semidei. E forse le due finali perse, di cui una col tacco, altro non sono che l’umana imperfezione, la Pesatura dell’anima che rende davvero eterno ogni capolavoro.

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