Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

La Saudade del trequartista

Potrei anche mettermi a ricostruire i fatti, ma temo non sarei sincero. La memoria seleziona, la storia, per dirsi accettabile, deve essere distaccata, obiettiva e ho paura che qui e ora non sia possibile.

Quello che posso dire è che avevo quasi quattordici anni e amavo il calcio come una religione. Per questo stesso motivo – ma mi fu chiaro soltanto in seguito – non potevo affatto comprenderlo. Anche se era tutto. Non so come altro potrei spiegarlo, ma il calcio, o meglio quel calcio, semplicemente c’era; lo sentivo ovunque, dava consistenza al mio mondo, forse lo rendeva pure un po’ più bello.

Se tentassi un’improbabile archeologia di quel tempo, dovrei affermare che si trattava dei primi anni 2000 e che nulla pareva cambiato dai gloriosi anni ’90. In buona parte sarebbe perfino vero: avremo infatti avuto ancora cinque o sei anni di grandi vittorie e fuoriclasse assoluti, senza peraltro riuscire a intravedere alcuna foschia all’orizzonte. Però non sarei sincero.

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Il  mio mondo fatto di calcio stava cambiando radicalmente e io, in qualche modo confuso, lo sapevo. Il punto non erano i trionfi o il prestigio, e nemmeno i soldi; ma un’idea, che per me, poco più che bambino del Duemila, coincideva col calcio stesso: il trequartista, o meglio: la sua imminente scomparsa.

Onestamente, non me la sentirei di definire il trequartista un “ruolo” vero e proprio e forse nemmeno un determinato tipo di giocatore. Il futuro ci ha insegnato che, specialmente certi nomi, possono essere appiccicati più o meno dappertutto; no, quel trequartista, che pure figurava così riconoscibile negli schieramenti di partenza (l’ -1- dietro i due attaccanti), era qualcosa di completamente diverso. Non trovo metafora migliore di questa: quel trequartista era un ritmo, una danza, allo stesso tempo incantevole e malinconica. Meravigliosa proprio nel suo ineluttabile tramonto.

Amavo Zidane, la magia del suo incedere felpato. Il mio trequartista però è stato senza dubbio Rui Costa. È lui che mi manca. La «stanchezza della sua anima forte», avrebbe forse potuto scrivere Pessoa. Coi calzettoni abbassati e quello sguardo sempre un po’ lontano, oltre il presente.

Mio, suo, chi lo sa.

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Non si può raccontare la storia di Rui Costa, del trequartista; o perlomeno, non posso farlo io. Né posso provare per lui semplice nostalgia; occorre infatti un sentimento più pieno, più antico. Credo debba essere la saudade, quella dei grandi navigatori lusitani, di Vasco da Gama e Don Sebastiano.
Il ricordo di un tempo felice ormai trascorso e insieme l’attesa – forse insensata, eppure necessaria – del suo futuro ritorno.
A cura di Ennio Doccula