L'essenza della Nostalgia

La partita più lunga della storia

Ci tenevo proprio a fare un gran finale di campionato a Perugia. Perché sentivo di aver fatto il mio tempo, su quella panchina e che presto sarei andato via nonostante gli ottimi rapporti con il presidente Gaucci, al quale ancora oggi mi legano affetto e gratitudine. Volevo assolutamente concludere in bellezza la mia avventura in Umbria. Così ci preparammo a giocare Perugia-Juventus, l’ultima partita della stagione, decisiva per l’assegnazione dello scudetto tra Lazio e Juventus. Con una vittoria la Juventus si sarebbe laureata campione d’Italia e avrebbe evitato l’eventuale spareggio. La Lazio, invece, avrebbe dovuto battere a Roma la Reggina e sperare in un k.o dei bianconeri, del tutto imprevedibile alla vigilia.

perugia juve

Io ero in mezzo a questi interessi contrapposti, con un contratto in scadenza e la voglia di staccare la spina. Anche quella volta mi imposi di comportarmi da professionista serio quale sono sempre stato. Convocai i giocatori e feci a loro un bel discorsetto “Ragazzi, le chiacchiere, come si dice, stanno a zero. Io sono abituato a non fare sconti. E’ sempre stata la mia regola, da una vita. E lo sapete perché? Perché non ho mai chiesto nulla a nessuno e nessuno è mai venuto a chiedermi qualcosa. Il calcio deve essere pulito e per bene, per quanto mi riguarda. Mettetevelo bene in testa. Dunque, sapete che cosa faremo noi domenica? Andremo in campo e daremo il massimo di noi stessi. Alla fine verrà il risultato che ci saremo meritati o che la sorte avrà stabilito. Okay? Non voglio aiutare la Lazio che potrebbe beneficiare di una nostra vittoria e non voglio aiutare la Juventus che potrebbe essere favorita da una nostra sconfitta. A me non frega niente né della Juventus né della Lazio. Fino a quando sarò io l’allenatore, farò solo gli interessi del Perugia. Chiaro? L’argomento è chiuso. E mi raccomando, fate poche chiacchiere sui giornali…” Quanto al presidente Gaucci, lo incontrai il giorno prima della partita e gli chiesi: “Presidé, lei cosa vuole?”

Io voglio vincere

Allora semo in due a volerlo..

” Mister, ha già deciso la formazione? Amoruso lo fa giocare?” Nicola Amoruso era un attaccante che proprio la Juventus aveva concesso in prestito al Perugia per un anno, fino al 30 giugno del 2000. Appartenendo alla società bianconera, come si sarebbe comportato? ” Perchè mi chiede di Amoruso?” domandai a Gaucci, è lui titolare dunque gioca”

” Mister, è della Juventus, siamo sicuri che…” Misi fine a quel discorso e feci chiamare Amoruso: “Vieni un po’ qua, senti che cosa ti dice il presidente che ti vole parla’. Parlate voi, poi mi fate sapere. Io me ne vado”. I due restarono a colloquio da soli, poi Amoruso venne da me con Gaucci e tagliai corto: “Senti una cosa Nicola: tu come rispondi al presidente? Fammelo sentire”.

Rispondo che voglio giocare e che se posso faccio un gol”.

“Bravo. Tu domani giochi. Ciao”.

Mi voltai verso Gaucci: “Preside’, è soddisfatto?”

“Sì, sì. Benissimo”

Tutto ciò per sottolineare la grande professionalità del giocatore e la fiducia di Luciano Gaucci nei confronti del suo allenatore. Grazie presidente! Nella mia vita in panchina, ho sempre garantito il massimo impegno di tutti in tutte le squadre che ho allenato. E cosi arrivammo a domenica 14 maggio 2000. La partita. Ore 15, stadio Renato Curi, Perugia-Juventus. Arbitro: Pierluigi Collina.

” Il cielo diventa nero, le colline sono sommerse, i campanili scomparsi. Lampi,tuoni, saette, si accendono piccole luci. Poi piove. Come in un film americano, come in un racconto di Gabriel Garcia Marquez. Sono le tre e venti del pomeriggio e il “Renato Curi” è un paesaggio irreale, scuro, inquietante. Piove e tutta l’acqua del cielo dell’Umbria si rovescia dentro lo stadio dello scudetto e fa venire i brividi di freddo. Sagome in campo. Si vede poco, per favore accendete i riflettori. Chiamate il tecnico delle luci, dell’impianto. L’altoparlante fa l’appello, ma il tecnico non c’è e non si presenta, e si gioca con il buio sotto la pioggia. Piove sulla Juventus. Scudetto fortunato. E’una battuta sotto il cielo nero. Scudetto? La Lazio è in vantaggio. Rigore. C’era? Certo, ci mancherebbe. Altro rigore. Giusto anche questo? Mah, non ci sono tv, le radio gracchiano. Pancaro si sarebbe tuffato. Sarebbe, condizionale. Sono le prime informazioni dalla capitale. Del Piero cade e finisce addirittura sott’acqua. Galleggiano gli oggetti, le bottiglie di plastica, le mantelline cerate. Il primo tempo sta per finire, hanno trovato il tecnico delle luci. Era ora. Si accendono.

Ah, adesso è tutta un’altra cosa. Finisce il primo tempo. Zero a zero. E’ spareggio. L’intervallo è l ‘Apocalisse. Gocce grandi come i tacchetti delle scarpe di Bisoli. I fotoreporter si riparano sotto le panchine dei due Carletti, Mazzone e Ancelotti. Stanno lì e si stringono le spalle. Il riposo è finito, ma nessuno esce dal tunnel”.

( Germano Bovolenta, da “La Gazzetta dello Sport” del 15/05/2000)

Alla fine del primo tempo, quando siamo tornati negli spogliatoi, i giocatori erano zuppi di pioggia. C’era una grande confusione, tutti parlavano ad alta voce. Un casino. Non mi era mai capitato, nella mia lunga carriera, di vivere una situazione simile. Al limite dell’incredibile. Ma da vecchio professionista, rotto a mille battaglie, tirai fuori dal mio bagaglio delle esperienze un ordine perentorio rivolto ai ragazzi: “Innanzitutto vi fate subito una bella doccia calda e vi cambiate dalla testa ai piedi: via le maglie, i pantaloncini e i calzettoni fradici che avete addosso. Via anche le scarpe. Mettetevi la divisa asciutta”. Sapevo che gli avrebbe fatto male attendere la decisione di continuare o di interrompere la partita indossando degli indumenti bagnati. Quindi chiamai i massaggiatori: “Per piacere, voglio che facciate a tutti dei massaggi di riscaldamento” E ai giocatori dissi: “Non rimanete li impalati. Fate esercizi di allungamento di muscoli a volontà. Se si deciderà di giocare, pronti a giocare. Se non si dovesse giocare, non me ne frega niente. Vi lascerò andare a casa. Vediamo quello che succede e non state li a farvi tanti problemi. Mancano ancora 45 minuti alla fine del nostro bellissimo campionato, li dobbiamo onorare come abbiamo sempre fatto”. Non so che cosa stesse accadendo nel frattempo nello spogliatoio della Juventus, certo è che la tensione doveva per forza essere molto più alta là dentro, con uno scudetto in bilico. Capivo l’ansia del mio collega e amico Carletto Ancelotti. Era un continuo succedersi di notizie e di smentite, di voci che arrivavano e che dicevano che la partita sarebbe stata sospesa e rinviata al martedì o al mercoledì, e di altre che invece confermavano che sarebbe ripresa e sarebbe andata avanti fino al novantesimo. Intanto, non facevo che ripetere ai miei giocatori: “Pensate a divertirvi, fatemi er piacere. La posta in palio per noi nun è un granché, però c’è anche il rovescio della medaglia: ci giochiam tutti la nostra immagine. Allora noi dobbiamo onorare la partita fino in fondo. Guai se ciò non dovesse avvenire“.

“Campo è ridotto a una risaia di Nanchino, cielo bruno, in contro luce il prato era diventato uno splendido lago artificiale mescolando colori: blu, verde, grigio, arancio. Collina si è affacciato una prima volta dalla protezione degli spogliatoi in campo, un serpente di plastica barcollante è pieno di buchi. Palla sottobraccio, ombrello a tracollo, ore 16.10. Fuori, la tempesta. Sugli spalti, più nessuno. Sotto la tribuna d’onore un vu’ cumpra’, carico di cerate fosforescenti: assalito da vip disperati, guadagna una fortuna, vivaddio. Il vento devasta anche chi è al coperto, l’acqua entra tra vestiti, cravatte, scola dai capelli. Lì, la prima visione: Collina esce da solo, eroico, alla ricerca di un rimbalzo buono a giustificare l’attesa. Ricordate Soldini che salva la Autissier nel giro del mondo in barca? Una caccia al miracolo. Di miracoli neppure a parlarne, il pallone si accovaccia nel prato, docile, ogni tentativo accompagnato da un olè generale, da corrida comica. Una forza, obbiettivamente. Collina si ricaccia nel tunnel più umido del mondo dove lo attendevano i dirigenti delle squadre, Moggi e Giraudo in testa. La Juventus aveva fatto capire la sua: in quelle condizioni sarebbe stata una partita irregolare, comunque. Il Perugia nicchiava: l’obbiettivo dichiarato-non perdere-avrebbe preso forma su un terreno amico degli assediati”.

(Giancarlo Laurenzi, da ” La Stampa” del 15/05/2000)

Luciano Moggi è stato un mio amico, lo dico pubblicamente. E’ stato talmente mio amico che quando si è trattato di batterlo in campo, l’ho battuto senza complimenti. Quando qualcuno oggi dice di essere amico di Moggi, c’è sempre qualcun altro che si insospettisce fa un sorriso furbetto pensando a chissà quali incoffessabili retroscene. Per quanto mi riguarda, il rapporto con Moggi è sempre stato buono. Con Luciano ho lavorato qualche mese alla Roma e abbiamo avuto un ottimo rapporto di collaborazione. Quella domenica a Perugia, quando la Juventus alla fine ha perso uno scudetto che credeva di aver già conquistato, mi è dispiaciuto soprattutto per Ancelotti. Noi abbiamo fatto il nostro dovere, loro hanno sbagliato molto, hanno fallito un mare di gol. Non ho dunque sensi di colpa di nessun genere. Lo sport alle sue leggi e alla fine vince chi merita di più o chi fa meno errori. Intanto fuori continuava a piovere forte. Sempre più forte. Il prato era allagato in più punti. Di ricominciare a giocare neanche a parlarne. L’arbitro Collina mi chiamò e mi chiese: “Mazzone, lei che ne dice? Volete giocare o no in queste condizioni?” Gli risposi: “Qualunque decisione lei prenderà, a me andrà bene. Noi non abbiamo nessun interesse particolare, vogliamo solo onorare la nostra professione nel rispetto di noi stessi e degli altri. Se lei ritiene il campo agibile, giochiamo. Se non è così, sospenda pure la partita e rinviamola a domani, senza problemi. Da parte nostra le garantisco la massima disponibilità”. Un discorso che Collina dimostrò di apprezzare, proprio mentre si stavano vivendo minuti di grande incertezza.

Che fare?

“Il tempo dell’attesa è lento, si dilata in tante immagini in apparenza scollegate. Il tunnel di gomma gialla con i fotografi davanti e l’arbitro dentro. Le riserve rifugiate sotto la panchina come cercatori di funghi sotto l’albero, sperando che il temporale dia una tregua. Il pubblico che scappa. C’è una luce strana, cattiva, sembra l’effetto speciale di un film di marziani. L’alieno Collina si presenta dopo mezz’ora, lui e l’ombrellone, e la palla che non rimbalza. Secondo tentativo alle 16.50. I coraggiosi tornati in curva gridano “olè” a ogni mancato rimbalzo, tuttavia l’esperimento prosegue con i due capitani: quello della Juve (Conte) ha la giacca della tuta,  quello del Perugia (Olive) ha la maglietta, segno forse che il primo vorrebbe rimandare, il secondo giocare. Fischi, altre bottigliette di plastica ( loro cominciano a rimbalzare). Con settanta minuti di ritardo transita il coraggioso, eroico Collina – senza ombrello, però piove meno – per tentare il rotolamento della sfera. Piccoli calci per vedere dove arriva. Sempre di arcipelago si tratta ma non è più la Fossa delle Marianne. Omini vestiti di giallo bucano il prato con lunghi ferri, gesto medievale e dunque splendido in questo presunto futuro che si inabissa. Il terreno di Pian di Massiano è vecchio, è sano, ha un drenaggio favoloso e in mezz’ora si beve la pioggia come fosse una bibita,  o come fosse la Juve. Si ricomincia. Anche se i bianconeri provano a opporsi. Non servirà. Come era stata lunga l’attesa, così è stato breve l’epilogo. Breve e maledetto come ogni destino senza rimedio. Il cavaliere dell’Apocalisse è più sghembo, più legnoso, più storto di un ulivo. Si chiama Alessandro Calori, sta in difesa, ma quando va avanti può fare male. Tira la carretta da quindici anni, ha piedi pesanti, piedi di granito, ma se il granito ti cade addosso non è mica piacevole”

( Maurizio Crosetti, da “La Repubblica” del 15/05/2000)

Alla fine, dopo un lungo tira e molla, Collina decise di fischiare l’inizio del secondo tempo. Alle 17.13, dopo settanta minuti di sopralluoghi, di ricognizioni, di rilevamenti, di entrate e uscite dal tunnel degli spogliatoi. Passarono soltanto cinque minuti e la Juventus fece un grave errore in difesa, una respinta fiacca dal primo palo con il pallone che rimase libero in mezzo all’area bianconera,  un metro o due indietro e sulla destra rispetto al dischetto del calcio di rigore. Alessandro Calori, un difensore, uno che di gol che nella sua carriera ne aveva segnati meno di quante sono le dita di una mano, si avventò su quel pallone vagante e lo buttò di forza più che di precisione in fondo alla rete. Seduto in panchina, mi misi ad applaudire: perché era un mio giocatore aveva fatto gol e perché il Perugia era in vantaggio. Era la mia normale reazione di gioia, come avevo sempre fatto. Niente di più e niente di meno. Da quel momento però dissi a me stesso: “Caro Carletto, adesso mi devi fa’ vede’ come si difende il vantaggio di 1 a 0 contro una grande avversaria che si sta giocando una posta così importante”. Il mio principio ispiratore continuava a essere lo stesso: non volevo favorire nessuno. Nessuno. Se a quel punto mi fossi fatto prendere dai sentimenti, che cosa avrei dovuto rispondere alla domanda:

Ma tu, che sei tifoso da sempre della Roma, che nella Roma hai esordito in serie A, che della Roma sei stato l’allenatore coronando il sogno di una vita, non ti rendi conto che stai dando una mano insperata proprio alla Lazio, ai “cugini” dell’altra sponda?

carlo mazone roma

Dovevo essere indifferente come una mummia, sia nei sentimenti sia rispetto agli interessi contrapposti di Juventus e Lazio. Una mummia. Devi essere al di sopra di tutto anche stavolta – dicevo a me stesso – come hai sempre fatto nella tua lunga carriera, devi onorare la tua immagine e quello scudetto vinto a Catanzaro: lo scudetto dell’onestà!

Noi siamo riusciti a difendere il gol di Calori, abbiamo difeso la nostra vittoria. Rispettando la partita fino al fischio finale. Loro, la Juventus, non sono riusciti a vincere, allo spareggio con la Lazio. Noi abbiamo festeggiato nello spogliatoio il nostro bel campionato ma senza esagerazioni fuori luogo, con molto rispetto per gli sconfitti che piangevano nello stanzone accanto. Avevano perso lo scudetto. Incontrai Ancelotti nel sottopassaggio, a pochi metri dagli spogliatoi e fu lui a complimentarsi con me. Io lo guardai in faccia, dritto negli occhi gli dissi: “Carletto, non è che questa è una presa in giro?” Mi fece un sorriso che diceva tutto, che mi faceva capire che quei complimenti erano sinceri. Mancò poco che mi commuovessi, ma riuscii a trattenermi per rispetto verso un collega sconfitto, al quale in un pomeriggio era caduto il mondo addosso. Lo abbracciai e gli dissi: “Carlo, che Dio ti aiuti e che ti possa dare in futuro tutte le soddisfazioni che meriti, come allenatore e come persona”. Credo che quelle soddisfazioni, il mio amico Carletto, le abbia ricevute, facendo una grande carriera da protagonista in Italia e ora in Inghilterra. Ancelotti è uno dei colleghi che stimo di più, non solo per la bravura tecnica, ma per le qualità umane. E’un uomo vero, che non dice mai il falso, è leale, un autentico signore del calcio.

Salutato Ancelotti, entrai nel mio spogliatoio, ero esausto dopo quel pomeriggio infinito e quella partita durata, di fatto, quasi tre ore, tra gioco e interruzioni. Dopo tutta l’umidità presa in campo, mi feci una doccia lunga, calda, rilassante. Mi era dispiaciuto per la Juventus, capivo il dramma che stavano vivendo perché avevano dovuto dire addio alla scudetto mentre noi c’eravamo giocati poco, tutto sommato, per chi osservava i fatti dall’esterno. Però quel “poco” in realtà era tantissimo, era la nostra onestà, la nostra lealtà, la nostra dignità professionale. Non c’era stata premeditazione, pensai che in fondo avevamo fatto soltanto il nostro dovere. Come ho detto, ci tenevo in maniera particolare in bellezza, era la mia ultima partita a Perugia prima di andarmene altrove. Il presidente Gaucci, mi abbracciò e mi ringraziò. Andai poi a salutare i miei giocatori, uno per uno. Strinsi la mano a tutti e li ringraziai non una ma tre volte, perché avevano dimostrato di essere dei professionisti in gamba.

“Il cielo lentamente si apre, con un riverbero di chiarore sinistro sui volti juventini. Palla fuori, rimessa per i bianconeri. “No arbirtro, l’ho toccata io” dice Pessotto a Collina, meraviglioso gesto. Sarà l’ultima e unica bellezza di una squadra perduta. Ancelotti sta piantato davanti alla panchina, Del Piero è nervosissimo ( eppure in Umbria visse Pinturicchio e c’è la sede del Cepu), Inzaghi sbaglia alla Inzaghi un gol enorme, Zambrotta piange. Di nuovo pioggia e fango, scenografia d’altri tempi, a parziale consolazione di chi trova così tristi questi. Invasione, l’arbitro fa segno di arginare, Mazzone urla ai tifosi di non rovinare tutto, li spinge indietro a forza, quasi uno per uno. La partita è finalmente finita, una maratona durata oltre tre ore. Forse è sta la più lunga partita della storia”

( Maurizio Crosetti, da “La Repubblica” del 15/05/2000).