Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

La magica coincidenza del “cucchiaio”

E’ mattina, sono di nuovo davanti al foglio di carta. Le pareti di camera mia sono dello stesso colore e della stessa sostanza di cui è dipinto fuori l’autunno. Dall’altra parte della parete, una pentola in ebollizione. Sul fuoco di un fornello, una minestra scalpita ardente. Il sentore di quest’ultima si propaga dal leggero uscio di una porta non chiusa bene che collega cucina, piccola anticamera e la mia piccola stanza.

Non è una di quelle mattine in cui il “Dio della penna” mi abbia dato ispirazione ma che ci posso fare, non mi resta che collegare. Mi fermo inerte a fissare fuori alberi spogliati da giardinieri, l’autunno li ha resi scarni ed avvizziti. Su ognuno di loro, come animali tosati per intero, rimangono i resti del loro rivestimento. In particolar modo, mi concentro su uno di essi.

Sembra che stia esprimendo la sua natura, catturando l’attenzione su se stesso. Da uno dei suoi rami, si stacca leggiadra ed a peso morto, una foglia ingiallita. Oscilla verso il basso, cadenzando come un ciuffo che s’appoggia come se la natura avesse deciso che il tempo dovesse tenerti il fiato sospeso per qualche istante. Rinuncio a scrivere, questa mattina va così. Mi sposto in cucina, sui fornelli avrò più vocazione. La minestra è in fase di ultimazione perciò decido d’apparecchiare la tavola.

Come mia consuetudine, e senza badare all’attenzione, appoggio sulla tovaglietta le due posate che uso principalmente: forchetta e coltello. Ritorno vicino ai fornelli. Afferro il mestolo e riverso porzioni misurate di minestra all’interno del piatto. Tutto pronto. Come galateo insegna, non soffio sul brodo caldo perciò lascio che lo “stemperarsi” della stessa mi conceda ancora qualche istante di non soddisfazione del mio digiuno di parole mattiniero. Ieri notte ho fatto tardi, maratona di Matrix e risveglio consapevolmente non lucido. Mi domando se esistano nel mondo collegamenti paralleli come in quel film quando, ad un tratto, mi fermo per un istante e, nella mia testa, si attivano davvero pensieri bislacchi ma consequenziali, teorie congiunte tra loro.

Mi credo pazzo se voglio scrivere di colpo una cosa del genere ma non sono associazioni così fuorvianti. Dunque rimescolo (non il brodo nè la minestra), mi gratto il capo, strofino il mento e torno vicino alla finestra. Fisso fuori ed un’altra foglia appassita si stacca da un ramo e ciondola giù come un cespo, adagiandosi. Penso a lei, penso alla foglia di prima, penso a una delle parabole contenute all’interno di Matrix, quella dove il bambino dice che è Neo a piegarsi e non il cucchiaio.

Che poi è solo un refuso di una qualche reminiscenza di filosofia su Cartesio dove, lo stesso, afferma che tutto ciò che è esterno a noi lo percepiamo soggettivamente ma potrebbe non esistere davvero. Non andavo un granchè in filosofia e nemmeno sono mai andato bene nell’apparecchiare una tavola perchè, signori, ho dimenticato la posata necessaria per gustarmi quella benedetta minestra: IL CUCCHIAIO.

I rigori della finale di Euro 1976:

EURO 1976 CZECHOSLOVAKIA : GERMANY – Penalty

Díky za shlédnutí 🙂

Così ho deciso che il mio foglio di carta aveva delle parole da scrivere. Potrei scrivere del cucchiaio, non come utensile o posata ma bensì come gesto tecnico del calcio. Foglia morta, cucchiaio, pallone a ciuffo, fiato sospeso. In Italia diremmo così, nel resto del mondo direbbero…Panenka. Ed ecco che inizia la mia storia di oggi. Come sempre, è giusto partire da lontano, correva l’anno 1976. Per la cronaca, lo stesso anno in cui è nato Francesco Totti, una postilla doverosamente da ricalcare più avanti nel contesto.

Ci troviamo in Jugoslavia ed è il 20 giugno 1976 e si sta giocando la finale degli Europei tra Cecoslovacchia e Germania Ovest. La partita si è conclusa ai supplementari 2-2, dopo una rimonta già nei regolamentari da parte dei tedeschi, sotto di due reti. Hoeness si presenta sul dischetto con una lunga rincorsa poderosa ma sciupa tutto, sparando un missile dotato di estrema potenza e scarsa precisione (Beckenbauer dirà in seguito: stanno ancora cercando il pallone per le vie di Belgrado) perciò il match point della situazione viene affidato all’attaccante Antonin Panenka, baffi d’acciaio per un trucco mai svelato dalla cortina di ferro che i cecoslovacchi avevano tenuto in segreto. Panenka tirava i rigori in un modo inconsueto, mai visto prima, e lo aveva fatto decine di volte già nel loro campionato.

Davanti non ha uno qualunque perchè il numero uno teutonico si chiama Sepp Maier, ma Panenka è glaciale e tranquillo quando si presenta per calciare. Anche la sua è una lunga rincorsa. Fermiamo un attimo l’istante ed immaginate che Panenka stia aspettando noi che facciamo le dovute considerazioni di rito, domandandoci davvero cosa sia voler calciare un rigore come un cucchiaio?

Prendiamo in riferimento un mostro sacro del calcio, Pelè. Ecco, lui disse una cosa a chiare lettere, senza stare a romanzare su giri di parole naufraghe “Solo un folle o un genio poteva tirare in quel modo.” Ecco spiegato tutto. Perchè quando sei Panenka e decidi che ti giochi un trofeo così ambito e sei rappresentante della Cecoslovacchia…o segni…o finisci a lavorare in fabbrica. Torniamo a quel rigore.

L’attaccante prende una lunga rincorsa, della stessa metratura che aveva distinto Hoeness ma, quando arriva in prossimità della palla rallenta la corsa, Sepp Maier si sta già buttando sul suo lato sinistro e Panenka rifila quello che, se avesse avuto la furbizia di mettere il copyright, oggi si chiamerebbe con il suo cognome e non come il nome di una posata. La palla viene scodellata in rete e Maier non può far altro che osservarla posarsi in fondo al sacco. Fine della storia?

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