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La cavalcata del Leeds United

L’edizione della Champions League 2000/2001 fu vinta ai rigori dal Bayern Monaco contro il Valencia di Héctor Cúper (seconda finale consecutiva di Champions, persa), nella splendida cornice dello Stadio San Siro di Milano.

Oggi, però, non vi raccontiamo le gesta dell’undici guidato da Ottmar Hitzfeld bensì l’incredibile cavalcata della squadra rivelazione di quella stagione europea: il Leeds United di David O’Leary.

Dalle parti dell’Elland Road li chiamavano “gli australiani”, tra prima squadra e riserve erano ben sei i canguri, dai più celebri Harry Kewell e Mark Viduka, passando per Jacob Burns e Danny Hay fino ad arrivare ai giovanissimi Danny Milosevic e Shane Cansdell-Sherriff. Una vera e propria colonia australiana.

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Non mancavano di certo gli irlandesi, a partire dai difensori. La cosa buffa che magari non tutti sanno: i terzini erano parenti, Gary Kelly era lo zio di Ian Harte, quest’ultimo ribattezzato “il Roberto Carlos irlandese”, magiche le sue punizioni, il piede sinistro più educato dell’intero Regno Unito. Dall’Inter arrivò il giovane promettente Robbie Keane, a completare il tutto Stephen McPhail e Alan Maybury. La parte irlandese dello spogliatoio adottò uno scozzese, un norvegese e un sudafricano, Dominic Matteo da Dumfries, Erik Bakke da Sogndal e Lucas Radebe da Johannesburg.

La presentazione della squadra non finisce di certo qui, Olivier Dacourt era quello con più temperamento, i 16 cartellini gialli su 48 partite riescono a descrivere le caratteristiche del giocatore che, però, aveva anche un bel piedino. Poi c’erano tutti gli inglesi e tutti erano giocatori di livello o giovani promettenti. Ecco l’elenco: l’esperto Nigel Martyn accompagnato dal giovane Paul Robinson, Rio Ferdinand e Jonathan Woodgate, Michael Duberry e Danny Mills, come mediano lo Zio David Batty. Lee Bowyer (chiedere a Dida), Jason Wilcox, Michael Bridges e il giovane Alan Smith. Siamo al completo.

La Champions League del Leeds iniziò dal terzo turno preliminare battendo il Monaco 1860 sia in casa che in Germania. Dopo i sorteggi, però, tutti davano per spacciata la squadra di O’Leary che si trovò inserito in un girone di ferro: Milan, Barcellona e Besiktas. Insomma per qualificarsi bisognava far fuori o il Milan o il Barça, non come bere il latte a colazione.

Difatti il debutto fu terrificante. Al Camp Nou finisce 4-0 con la doppietta di Kluivert e le reti di Rivaldo e Frank de Boer. Una vera e propria mazzata, l’indomani tutti i bookmakers inglesi quotavano a 1,10 il Leeds come ultima del girone.

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Tre giorni dopo il Leeds perse in casa contro l’Ipswich Town, seconda sconfitta di fila in casa dopo quella contro il modestissimo Manchester City (sì, all’epoca il City lottava per la salvezza o poco più). Panico all’interno dello spogliatoio ed O’Leary vicino all’esonero. La partita della verità si gioca in casa, senza Viduka e Kewell infortunati, contro il Milan che aveva vinto agevolmente la prima in Champions contro il Besiktas.

La partita non fu di certo entusiasmante, l’arcigna difesa inglese riuscì a controllare bene Shevchenko e Bierhoff ma per portare a casa la vittoria serviva un miracolo. Ed è proprio quello che accadde a pochi minuti dal termine: tiro della disperazione di Lee Bowyer, Dida, al debutto in trasferta con la maglia rossonera,  pasticcia e si trascina il pallone in rete. 1-0. Leeds salvo, O’Leary tira un sospiro di sollievo anche perché il Barcellona cadde rovinosamente in Turchia perdendo 3-0.

Dopo la partita con i rossoneri, il Leeds inizia a volare e nella terza partita del girone riuscì a liquidare i turchi con un perentorio 6-0. Il Milan si impose 0-2 al Camp Nou e gli inglesi si ritrovano in testa al girone. Le ultime tre partite finirono tutte con tre pareggi,  l’ultima partita a San Siro si rivelò sostanzialmente un “biscotto”: il pareggiò consentì il passaggio del turno sia al Milan come primo del girone, sia al Leeds come secondo. E pazienza se il Barcellona schiacchiò 5-0 il Besiktas, gli spagnoli erano fuori. Per il Leeds si trattò di un trionfo: si erano qualificati al turno successivo.

Per assurdo, la seconda fase dei gironi (prima la Champions non aveva gli ottavi di finale, bensì i doppi gironi che portavano direttamente ai quarti di finale) si annunciava ancora più complessa sulla carta rispetto alla prima fase. Il Leeds pescò, ancora una volta, nel girone una spagnola e un’italiana: Il Real Madrid campione in carica e la Lazio più forte di sempre. L’Anderlecht completava il girone.

Ci risiamo, il Leeds stecca al debutto, sconfitto in casa dal Real Madrid. Partenza subito in salita, ma ormai i ragazzi di O’Leary erano abituati, è come se a loro servisse sempre uno schiaffo per poi ripartire forte. La seconda partita, all’Olimpico, era già la partita della verità, tutte e due le squadre avevano bisogno di vincere, anche la Lazio aveva perso al debutto contro i belgi.  Partita molto tirata ma ancora una volta  i minuti finali contro le italiane, nella seconda partita del girone, portano sempre fortuna, questa volta grazie ad un gol Alan Smith. Il Leeds firmò, così, una delle vittorie esterne più importanti della sua storia battendo una Lazio che in campo vantava Crespo, Veron, Nedved, Salas, Simeone, Nesta. Insomma ci siamo capiti.

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L’Europa si accorse del Leeds United. Stampa e addetti ai lavori iniziarono ad incuriosirsi e a studiare questi ragazzi. Alla vigilia della terza giornata la situazione era questa: Real Madrid a punteggio pieno con 9 punti, Leeds 6 punti, Anderlecht 3 e Lazio tristemente a 0 punti. E’ quasi fatta per Viduka e compagni. La qualificazione ai quarti arriverà vincendo sul campo dell’Anderlecht e pareggiando in casa contro la Lazio. Il Leeds entra nella storia: ecco quarti di finale della Champions League.

La squadra sfidante fu il Deportivo che aveva eliminato, insieme al Galatasaray, il Milan nel girone. L’andata si giocò all’Elland Road. I tifosi del Leeds la definirono la partita perfetta. Ian Harte, Alan Smith e Rio Ferdinand travolgono il Deportivo di Roy Makaay e Diego Tristan. Le semifinali sono vicine. Bisogna difendersi in Spagna con le unghie e con i denti ma i ragazzotti sono abituati. Il ritorno finisce 2-0 per gli spagnoli ma non è sufficiente per ribaltare il risultato dell’andata. Il Leeds è sempre più nella storia ma quel match di ritorno aveva tolto qualche certezza alla squadra di O’Leary che iniziò di nuovo a sbandare in campionato.

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La semifinale è il capolinea di questa bellissima storia, finita a Valencia con le reti di Mendieta in versione Superstar e Juan Sanchez. L’espulsione di Alan Smith al 90° è il simbolo di questa cavalcata, una squadra che ha dato tutto, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, una squadra consapevole di aver perso un’occasione irripetibile, ma forse se ci pensate bene, è tutto molto più nostalgico così: i ragazzi terribili di O’Leary non avranno vinto la coppa ma quella cavalcata del Leeds rimarrà per sempre nei nostri cuori.