Livello Nostalgia, I re di provincia

Il mago ed il calabrone: la favola del Castel di Sangro

Se dovessimo citare tutto lo spettacolo che abbiamo potuto ammirare negli anni 90 a livello calcistico non basterebbero svariati libri per dare un giusto tributo. Campi di calcio calpestati dai migliori giocatori al mondo, squadre italiane che dettano legge sui fronti europei e l’Italia come centro più importante di tutto ciò. Se ci distacchiamo un attimo dai piani più alti e sfarzosi del pallone troveremo sicuro rifugio in una delle piccole realtà che più di tutte ci hanno emozionato e fatto diventare tifosi “improvvisati” di quella squadra, il Castel di Sangro. La società abruzzese è stata una delle favole più belle del nostro calcio forse perché più inaspettata e complessa.

Nella stagione ’88-’89 si affaccia per la prima volta al professionismo dopo esser stata fondata nel 1953. I primi anni sono complicati ma oggettivamente sembra fin troppa grazia poter respirare un altro tipo di calcio, assai lontano da quei campi con le righe storte e quell’erba mista fango. La squadra rispecchia fedelmente la mentalità abruzzese ed affronta ogni gara come una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, fieri del proprio percorso ma ben consapevoli della propria realtà. Poi qualcosa cambia, o per meglio dire qualcuno. Gabriele Gravina, imprenditore pugliese, diventa presidente del Castello nel 1992 ma non ha voglia di accontentarsi ad un destino già scritto e magari banale; sogna in grande e crede in ciò che vuole! Sono gli anni dove il Milan targato Berlusconi vince in Italia e in Europa e proprio dal Cavaliere cercherà nel piccolo di ispirarsi per la gestione della squadra.

 

Ora, ad un presidente lungimirante, aggiungete quattro o cinque giocatori di buon livello, amalgamate con un mister esperto in promozioni e mescolate il tutto con un pizzico di fortuna quanto basta: ecco il Castel di Sangro. Arrivano ali di un certo calibro come Bonomi e Tonino Martino e in più faranno parte dello spogliatoio anche i vari Bombardini, Colonnello e Tricarico. Siamo nel 1993 ed in panchina siede Osvaldo Jaconi che poche mesi prima aveva rifiutato la proposta dello stesso club ma poi, dopo i problemi di natura economici del Catania, decide di sposare la causa abruzzese e di dar via alla magia. La stagione era iniziata malissimo ma con il tecnico lombardo si arriverà ad un settimo posto che sarà presagio di tempi migliori ormai prossimi. Il ’94-’95 il Castello vuole la C1 e l’otterrà con una finalissima play-off al cardiopalma. Gli abruzzesi hanno davanti il Fano sul campo neutro di Ascoli (segno del destino) e vanno sotto. Poi il 3 a 1 del castello sembra regalare un sogno ma i marchigiani non mollano e trovano un 3 a 3 incredibile. La lotteria dei rigori darà il verdetto finale e alla fine sarà clemente con i giallorossi: è C1!

Castel di Sangro è popolata da appena 5500 anime ed ora la sua squadra milita nella terza categoria più importante del campionato italiano, ci si può accontentare. Invece no! L’anno dopo gli abruzzesi terminano il campionato dietro solo ad un Lecce mostruoso che dovrà comunque sudarsi la promozione diretta e per il Castello iniziano ancora una volta i play-off. L’avversario in semifinale è un’altra chicca del calcio nostalgico che sogna in grande con il presidente Angelo Barberini desideroso di portare in cadetteria il club: c’è il Gualdo! Il 9 giugno ’96 il Carlo Angelo Luzi resta inviolato ed il club umbro vince per 1 a 0. Il ritorno al Teofilo Patini è giocato con nervosismo vista la posta in palio ed il risultato non si sblocca. Sono gli ultimi minuti e mister Jaconi opta per una scelta sulla carta assurda ma che si rivelerà ottima: esce il beniamino del pubblico Bonomi ed entra il difensore Salvatore D’Angelo, malgrado la necessità di segnare. Sarà proprio quest’ultimo con un goal di sinistro a regalare il goal vittoria degli abruzzesi e l’accesso alla finale in virtù del miglior posizionamento in classifica. Jaconi, conosciuto per le promozioni conquistate-è tutt’ora il mister che ne ha ottenute di più-diventa da pazzo visionario ad un mago tattico con la giusta dose di fortuna che non guasta mai.

Il 22 giugno 1996 c’è la finalissima al Pino Zaccheria di Foggia fra il Castello e l’Ascoli ed una pagina di storia ancora da scrivere. L’allenatore lombardo è vecchio stile e tende a far giocare male gli avversari più che proporre un calcio propositivo; le due punte sono il massimo concesso e spesso non rifiuta di metterne solo una abbandonata a Dio. Con i bianconeri lo 0-0 è scontato ed ancora una volta, per il secondo anno consecutivo, saranno i rigori a decretare il vincitore ma non prima di una mossa a sorpresa. E’ il cento diciannovesimo minuto e Jaconi spiazza tutti: fuori il portiere titolare De Juliis e dentro il secondo Spinosa, 34 anni e nessuna presenza in quella stagione. Il numero 1 esce senza non poche polemiche (e qualche parolina di troppo) ed avviene il cambio, si va ai rigori. Bonomi prende la traversa ma il bianconero Mirabelli, ironia della sorte bomber del campionato, sbaglia e ristabilisce la parità. Si prosegue senza errori poi arriva il momento di Spinosa che para il rigore decisivo. Lo stadio riempito quasi totalmente dai supporter marchigiani resta in silenzio e si sente solo il grido fievole ma pieno di gioia dei tifosi giallorossi: il Castello è in B.

La storica promozione del Castel di Sangro:

La favola Castel di Sangro – Davide contro Golia

Castel di Sangro nella storia del calcio – il miracolo. di Vincenzo Di Carlo

Ora i dipinti del Teofilo Patini (pittore nato a Castel di Sangro al quale viene dedicato lo stadio) appaiono fortemente in contrasto con la città in festa; nelle sue opere c’è la fotografia nuda e cruda della fatica quotidiana per guadagnarsi un pezzo di pane o poco più mentre adesso c’è un paesino pieno di vita che non sogna  perché ha la pancia piena di chi ha già tutto ciò che gli serve. Jaconi, che nel frattempo aveva anche adattato Pietro Fusco da attaccante senza importanza ad un difensore di buon livello, comincia a credere nella permanenza in B, a patto però che si resti umili e con i piedi ben piantati a terra. Comincia a paragonare la squadra come ad un calabrone che ha ali troppo piccole in proporzione ad un corpo tozzo e pesante ma le sbatte mille volte più rapidamente degli altri per volare, sfidando ogni legge fisica. Il Castello non parte male anche se montarsi la testa non è difficile; ora ci sono le televisioni, i collegamenti in studio ed i giocatori immortalati nelle figurine panini. Si avverte che si sta facendo qualcosa di straordinario ed il crollo è dietro l’angolo; alcune partite girano male e a dicembre le cose sembrano precipitare. In quella stagione accadono cose “strane” se rapportate ad una singola annata calcistica e tutte riguardanti la piccola realtà abruzzese.

Un’infezione al sangue rischia di far morire Giacomo Galli, Gigi Prete viene messo in mezzo ad un traffico di cocaina per poi risultare innocente ma la più triste di tutte è datata il 10 dicembre 1996. I giocatori Danilo Di Vincenzo ed il centrocampista Pippo Biondi, nei giorni “premio” ricevuti dopo la trasferta di Venezia, si schiantano in autostrada vicino ad Orvieto e per i due non ci sarà niente da fare. Pochi giorni dopo verrà inaugurato il nuovo stadio, dopo esser stati “ospitati” a Chieti, in occasione di Castel di Sangro-Lucchese ma la partita stessa è triste e senza luce come la fine di quei due ragazzi. La partita termina a reti bianche ma dopo la sosta natalizia cambieranno le cose. Lo spirito del calabrone torna forte e vivo nei cuori dei giallorossi che nel frattempo aggiungono al team Gionatha Spinesi e Daniele Franceschini. Tre vittorie di fila ed il goal clamoroso di Altamura nel recupero contro il Genoa fanno riaccendere la speranza e contemporaneamente una nazione intera adotta il Castello come seconda squadra simpatia.

Il derby decisivo per la permanenza in Serie B:

Castel di sangro Pescara 96 97

Castello Pescara 1996 1997

A due giornate dalla fine c’è il derby con il Pescara e fuori da ogni pronostico i giallorossi sono in piena lotta per la permanenza in B. Passano in vantaggio poi vengono raggiunti; il pareggio non serve a granché e allora ecco la botta da venti metri di Bonomi: 2 a 1 Castello e salvezza matematica grazie ai risultati favorevoli delle altre compagini. I 44 punti sono un porto sicuro e l’ultima con il Bari in cerca di A è solo sgambata. L’entusiasmo è alle stelle tanto da nascerne subito un libro; l’americano Joe McGinnis giunge in Italia per intervistare il suo connazionale Lalas ma, affascinato da questo miracolo abruzzese, decide di fermarsi per l’intera stagione a Castel di Sangro e di scriverne le gesta, senza tralasciare alcune polemiche. L’anno dopo è un ultimo posto annunciato dopo aver smantellato la squadra dei suoi pezzi migliori e neanche l’arrivo in panchina del campione del mondo ’82 Franco Selvaggi basterà a mantenere la categoria. Si torna in C1 consapevoli di aver costruito l’inimmaginabile e non contenti il Castello arriverà agli ottavi di coppa Italia con l’Inter del Fenomeno.

La sfida di Coppa Italia contro l’Inter nel 1998/99:

Castel di Sangro 1-1 Inter gol di Bernardi, ottavi coppa Italia 98-99

Castel di Sangro, 11 novembre 1998 gara di ritorno valevole per gli ottavi di finale della Coppa Italia 1998-99. Castel di Sangro (4-3-3): Cudicini 8, Rimedio 7, Tresoldi 6, Bianchini 6, Sensibile 7, Bandirali 6, Galluppi 6 (21′ st Scala), Cangini 6, Baglieri 6 (41′ st Polenghi), Bernardi 7, Pagano 6 (45′ st Iaquinta).

A San Siro finisce 1 a 0 per i padroni di casa ma al ritorno è il goal giallorosso di Bernardi ad aprire le danze. Alla fine però viene dato contro un rigore alquanto discutibile e Djorkaeff non sbaglia. Vincenzo Iaquinta è nell’organico ma non basta per riportare in alto il club; dopo qualche anno di professionismo e due retrocessioni consecutive con doppio ripescaggio, termina con la radiazione nel 2005 l’avventura nostalgica dei giallorossi. Questa volta intonare la “maitunata” nella speranza che arrivi qualche offerta non è servito ma non è detto che non possano tornare i bei tempi. Quello stadio più capiente dei proprio abitanti e quell’allenatore che cambia il portiere dopo 119 minuti profumano di poesia calcistica che vorresti inalare ogni giorno. In attesa che ricapiti qualcosa di simile, non smettiamo di sognare e credere nell’imprese, perché infondo quel calabrone non potrebbe volteggiare nell’aria ma lui non lo sa e vola!