L'essenza della Nostalgia

Giovanni Stroppa, l’italiano per eccellenza

Giovanni Stroppa da Mulazzano, bassaiolo per l’ultimo Brera, si era guadagnato la nazionale facendo la mezzala nel Foggia di Zdenek Zeman. Partiti ormai Signori, Baiano e Rambaudi, il 3-4-3 del boemo aveva trovato nuova linfa nei suoi piedi educati e nel prolifico asse con l’olandese Bryan Roy, raggiungendo un onorevolissimo nono posto in classifica nel campionato ’93/’94.

Il passaggio a vuoto della stagione successiva al Milan poteva quindi imputarsi a uno spirito forse un po’ troppo guascone per i gusti di Fabio Capello, o più probabilmente alla fine di un ciclo glorioso com’era stato quello dei rossoneri. Dal canto suo comunque, Giovanni Stroppa non doveva essere così preoccupato: la maglia numero dieci dell’Udinese, vestita da Zico appena un decennio prima, era lì ad aspettarlo e a ventisette anni sembrava un’ottima occasione per riprendere il filo del discorso, coltivando magari qualche ambizione da trequartista per il futuro.

A volerlo fortemente è un allenatore romagnolo, sacchiano fino al midollo, che come Stroppa si era fatto un nome al sud, precisamente a Cosenza: Alberto Zaccheroni. Nei piani del tecnico, il bassaiolo rappresenta quell’iniezione di qualità e fantasia che, dall’out di sinistra, deve mettere a frutto il lavoro di Giannichedda, Rossitto, Ametrano e tutti gli altri mediani di lotta, per gli attaccanti. La prima stagione si rivela più che buona: l’Udinese raggiunge il decimo posto in classifica, Oliver Bierhoff segna 17 gol dopo tre anni di Serie B con l’Ascoli (e un mese e mezzo dopo regalerà l’Europeo alla Germania) e Giovanni Stroppa gioca 32 partite da titolare su 34. Sembra insomma che ci siano le basi giuste per costruire, di anno in anno, salvezze tranquille e per insegnare calcio ai più giovani. E il clima che si respira nello spogliatoio lo testimonia: Zaccheroni infatti sorride e si coccola il suo Giovannino anche quando se lo trova davanti a metà del corridoio che porta al suo ufficio, a bordo di una Cinquecento guidata da Stefano Borgonovo.

«Mister, di qua vado bene per il campo?»

Per il bassaiolo tanto basta: alla fine, l’importante è divertirsi.

Poi però accade qualcosa. Stagione ’96/’97. L’Udinese annuncia in estate l’acquisto (in realtà inizialmente il prestito) di un giovane attaccante brasiliano, che viene presentato da Zico in persona: Marcio Amoroso. Poi, alla prima giornata di campionato, Udinese-Inter, un intervento durissimo di Fresi provoca la frattura di tibia e perone a Giovanni Stroppa.

In questo preciso istante, inizia a scriversi una pagina di storia del calcio italiano. Perso il bassaiolo per quasi tutta la stagione, Zaccheroni deve infatti inventarsi qualcosa e parte da un principio: senza il giocatore più fantasioso, bisognerà suddividerne i compiti con tutta la squadra, aumentando a dismisura coesione e unità d’intenti, poiché il sacrificio richiesto sarà ingente. Nella pratica, ciò si traduce con l’infrazione del dogma sacchiano ed il passaggio al 3-4-3. Non si tratta di una semplice riedizione di zemanlandia. Non può esserlo perché quell’Udinese arriva quinta in campionato, qualificandosi alla Coppa UEFA per la prima volta nella sua storia. E lo 0-3 rifilato in dieci uomini alla Juventus di Lippi e Zidane è il degno suggello a questo cammino trionfale.

La stagione successiva, ’97/’98, presenta ormai nuovi equilibri di squadra. Lo sviluppo del gioco è cambiato: un centrocampo d’acciaio giostrato da Johan Walem scherma la difesa a tre di Bertotto-Calori-Pierini; le fasce sono affidate a due cursori disciplinati come Thomas Helveg e Jonathan Bachini; il tridente d’attacco ha nello spirito di sacrificio di Paolo Poggi il punto d’equilibrio per far rendere al meglio Oliver Bierhoff e Marcio Amoroso. Per Giovanni Stroppa il bassaiolo non c’è più posto.

Ma questo ennesimo bivio della storia si rivela ancora una volta creativo. Dopo un inizio difficile, l’Udinese di Zaccheroni compie una leggendaria cavalcata, classificandosi alle spalle di Juventus ed Inter; Bierhoff si laurea capocannoniere a trent’anni davanti a giocatori del calibro di Ronaldo, Del Piero, Baggio, Batistuta e Inzaghi e anche in Coppa UEFA i friulani si arrendono, con l’onore delle armi, solamente all’Ajax di Litmanen e Shota Arveladze.

Dal canto suo, Stroppa si accasa al Piacenza degli italiani e sarà protagonista insieme a Cleto Polonia, Beppe Scienza e tutti gli altri di due salvezze consecutive che valgono quasi come due scudetti, ancora prima dell’arrivo di Dario Hübner.

Riannodando i fili di queste storie si compone una trama fitta, un racconto potenzialmente inesauribile. Il bello della nostra Serie A era proprio questo: la continuità dei temi, l’intreccio dei personaggi, la natura sfumata, mai banale, dei campioni e delle loro vicende. L’impossibilità, nonostante l’evidenza di classifiche e risultati, di tracciare confini troppo netti tra centro e periferia, tra città e provincia. Credo che l’Udinese di Zaccheroni e il Piacenza degli italiani siano una sintesi esemplare della bellezza di allora e che anche Giovanni Stroppa da Mulazzano, nel suo vagare, abbia dato il proprio contributo.

P.S. La Cinquecento non aveva neanche un graffio. E si racconta che i due la tirarono anche fuori in retromarcia come se niente fosse.