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La leggendaria “Generazione di Fenomeni”

Generazione di fenomeni

Joël Despaigne, cubano, soprannominato El Diablo, miglior giocatore del mondo per la FIVB nel 1989, parla un ottimo italiano. Merito sicuramente delle ultime due stagioni da professionista tra Catania e Roma a cavallo del 2000 e, soprattutto, del ruolo di vice-allenatore a Frosinone, che ricopre da cinque anni a questa parte. Perciò fa un po’ specie quando Andrea Lucchetta racconta, con un filo di terrore ancora nella voce, che Despaigne non chiamava semplicemente palla dalla seconda linea; il suo era più un ululato, un grido animalesco poco prima di martellare a terra la schiacciata.
Erano i tempi dei set a 15 punti e del cambio-palla. Partite lunghissime, giocate allo sfinimento fisico e nervoso. Erano anche gli ultimi anni di un mondo diverso, ancora diviso in due blocchi; e anche se di lì a poco sarebbe cambiato tutto, sotto rete URSS e Cuba dominavano quasi incontrastate.

Joël Despaigne non poteva immaginare quel che lo aspettava. Nel 1990, si gioca il Mondiale in Brasile. Oltre ai padroni di casa, i pronostici vedono le solite due favorite: da una parte gli inossidabili sovietici, dall’altra Despaigne, Sarmientos, Diago e il resto della magnifica nazionale caraibica. Tutto sembra andare secondo le previsioni e quando Cuba, dopo un girone superato in scioltezza, elimina l’Unione Sovietica in semifinale, si percepisce addirittura un filo di dispiacere per quella che sarebbe potuta essere la finale. Ma poco importa, dall’altra parte del tabellone c’è il Brasile, la torçida infuocata del “piccolo Maracanã”, una sfida tutta panamericana che si profila all’orizzonte.
Già, il Brasile. Siamo abituati a vederlo giocare a calcio, a pensare che semplicemente sia il calcio e a volte ci dimentichiamo che quella stessa fantasia scorre fluida anche nelle braccia dei pallavolisti verdeoro.

Chi non se l’è mai dimenticato è un filosofo argentino, fuoriuscito del regime di Videla, che siede sull’altra panchina della semifinale, quella dell’Italia. Il suo nome è Julio Velasco e nei cinque anni precedenti ha vinto quattro campionati consecutivi a Modena, per poi essere chiamato a “fondare” – letteralmente – la nazionale azzurra dopo una vita di anonimato. I giocatori, pur giovani, ci sono e l’alloro europeo del 1989 lo dimostra. Ciò che deve fiorire invece è una cultura del gioco. C’è bisogno di un insegnamento che, nel senso latino, “coltivi” in ognuno degli allievi la capacità di vincere, ma anche il saper perdere senza alibi; la sapienza tattica e il talento; lo spirito di gruppo e l’imprevedibilità dei singoli. Velasco è maestro in questo, ma allo stesso tempo guida un gruppo di ragazzi dalle potenzialità immense, ciascuno dei quali pronto ad essere trasformato in campione assoluto.

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La semifinale col Brasile al Maracanãzinho è una partita molto tesa e passerà alla storia per quel primo tempo impensabile alzato da Tofoli a Lucchetta nell’ultimo punto del quinto set. La finale, nello stupore generale dei cubani che avevano annichilito l’Italia nel girone, e nonostante la sofferenza lacerante inflitta da ogni colpo urlato e poi sbattuto a terra da Despaigne, incorona gli azzurri campioni del mondo per la prima volta nella storia.

È singolare che proprio Lucchetta, diversi anni dopo, intervistato, abbia parlato soprattutto della profonda tristezza che lo aveva preso già durante i festeggiamenti per la vittoria; il sogno di una vita finalmente conquistato, il vuoto subito dopo. È singolare prima di tutto perché lui stesso ha poi giocato altri tre anni in nazionale vincendo, insieme al resto, un oro e un argento agli Europei. Lo è poi perché il Mondiale 1990 coincide, come detto, con un atto di fondazione, con una vera e propria generazione, un concepimento: come un’opera d’arte che prende forma ed è destinata ad essere ammirata per sempre. Del resto, basta scorrere gli altri nomi che, da quel Mondiale in poi, si avvicenderanno nella selezione azzurra per rendersene conto. Insieme a Lucchetta, i centrali sono Andrea Gardini, Andrea Giani, Pasquale Gravina e il povero Vigor Bovolenta, ti sia lieve la terra. Lorenzo Bernardi miglior giocatore del XX secolo, Luca Cantagalli detto “il Sindaco”, Marco Bracci e più tardi anche Samuele Papi sono gli schiacciatori. Paolo Tofoli il regista della squadra. Opposti: Andrea Zorzi, Andrea Sartoretti e Michele Pasinato. Liberi: Damiano Pippi, Mirko Corsano.

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Negli otto anni sotto la guida di Velasco i trionfi sono talmente tanti che è perfino superfluo elencarli. E non sono neppure gli unici. Quando infatti  il tecnico argentino lascia nel ’97, c’è ancora tempo per vincere il terzo Mondiale di fila, un Europeo e due World League.
La nazionale di Velasco passerà alla storia come Squadra del Secolo e i giocatori saranno consegnati per sempre alla memoria popolare come leggendaria Generazione di Fenomeni.

Resta l’unico grande rimpianto dell’oro olimpico, sfumato nel 1996 ad Atlanta da favoriti assoluti, in finale contro l’Olanda. Ma forse la leggenda, più della storia, ha bisogno anche di grandi sconfitte.

E in fondo quell’oro non l’ha mai vinto nemmeno Joël Despaigne.