Livello Nostalgia, Eroi senza tempo

Le lacrime di Gascoigne e l’eliminazione dell’Inghilterra a Italia ’90

Per noi italiani i mondiali di Italia ’90 sono ancora una ferita aperta. Una ferita che ancora oggi a 28 anni di distanza risulta impossibile da rimarginare. Ripensando a quei giorni è quasi impossibile dimenticare l’atmosfera che si respirava nel nostro paese. La nostra nazionale, dopo l’ottimo Europeo disputato in Germania Ovest nel 1988, si presentava ai nastri di partenza con i favori del pronostico. Tante erano le stelle della nostra nazionale che ci infondevano fiducia per la vittoria finale. C’era il blocco del Milan con Baresi, Maldini e Donadoni. Erano presenti anche i gemelli del gol Vialli e Mancini, senza tralasciare il talento cristallino di Roberto Baggio.

Se l’Italia recitava il ruolo di assoluta favorita, le altre nazionali non stavano comunque a guardare. Basti pensare al Brasile con Careca, all’Olanda (campione d’Europa in carica) con Gullit Van Basten e Rijkaard ed all’Argentina con Diego Armando Maradona. Una parata di campioni pronti a darsi battaglia per conquistare il trofeo che ogni calciatore sogna di vincere da bambino.

Che quel mondiale sarebbe stato caratterizzato dalle sorprese lo si intuì già l’8 giugno a “San Siro” con il Camerun che a sorpresa superò l’Argentina. Un risultato storico per tutto il calcio africano che vide i “leoni indomabili” giungere fino ad un’incredibile quarto di finale.

A fermare il cammino del Camerun fu l’Inghilterra allenata da Bobby Robson. I britannici giunsero in Italia con una squadra che univa veterani e nuove leve. Lo zoccolo duro era rappresentato dai calciatori che quattro anni prima avevano visto interrompersi il proprio cammino ai quarti di finale contro l’Argentina, nella gara passata alla storia per il gol del secolo realizzato da Maradona e per l’epica “Mano de Dios”.

Il vero fulcro della nazionale dei “tre leoni” era un giovane centrocampista, classe 1967, proveniente dalla contea di Tyne and Wear. Un ragazzo dall’infanzia difficile, ma in grado di catalizzare l’attenzione sia sul rettangolo verde che fuori dal terreno di gioco per via dei suoi eccessi. Stiamo ovviamente parlando di Paul John Gascoigne. Il mondiale del 1990 ha lasciato agli appassionati di questo sport il miglior Gazza probabilmente della sua carriera. Dribbling e forza fisica lo rendevano uno dei centrocampisti più forti della manifestazione.

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Già nelle tre gare del girone che videro gli inglesi vincere il proprio gruppo, Gascoigne aveva illuminato la scena con giocate di altissima classe, che avevano consentito agli uomini di Robson di giungere al primo posto del loro gruppo davanti a Eire, Olanda ed Egitto. Dagli ottavi in poi, proprio grazie al suo numero 19, l’Inghilterra iniziò realmente a pensare alla conquista di un Mondiale, vinto per l’unica volta nel lontano 1966.

Suo fu l’assist per Platt all’ultimo minuto dei supplementari nella sfida contro il Belgio e sempre da lui partì il pallone che consentì al cannoniere della squadra Lineker di procurarsi il penalty decisivo nella tiratissima gara con il Camerun. La semifinale contro la Germania Ovest, racchiude in se tutto Gascoigne. Ancor prima del verdetto dell’eliminazione inglese dagli undici metri, il mondiale di Gazza era ufficialmente finito.

Un giallo, forse evitabile, gli avrebbe comunque fatto saltare la finale. Il suo pianto a dirotto, resta una delle icone della manifestazione ma faceva anche da enorme cassa di risonanza rispetto ai problemi nei quali sarebbe presto incappato. Le sue parole risuonano ancora oggi profetiche per ciò che poi accadde nella sua vita: “Quando ero un bambino e giocavo nella mia squadra, ogni notte sognavo di giocare la Coppa del Mondo. Ho vissuto quel sogno in Italia, ma quando ho visto il cartellino giallo, ho capito che il sogno era finito. Quando le cose stanno andando bene, e poi capisco che stanno per finire, ho paura, tanta paura. Quella sera non ho potuto fare a meno di piangere”.

Il mondiale dell’Inghilterra finì li ad un passo dalla gloria. L’emblema di una nazionale che ancora una volta doveva arrendersi al fato ed al destino. Perché come ammise Lineker: “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”.

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HISTORY

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