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Era tutto vero, ogni cosa: la storia di un Pirata

Non era vero.

Mi piace addirittura pensare che Marco lo sapesse, che quella piccola sospensione nelle sue parole a Madonna di Campiglio fosse stata anche per lui una minuscola luce in fondo all’ultima di tante notti. Si sentiva tradito, imbrogliato: l’agnello sacrificale di un sistema che fino al giorno prima era rimasto in piedi sostanzialmente grazie a lui. Vai a capire dove sono esattamente i fatti… Ma resta quella pausa e non riesco proprio a levarmela dalla mente. «E devo dire che ripartire questa volta… Sono ripartito dopo dei grossi incidenti, ma devo dire che moralmente questa volta abbiamo toccato il fondo.»

Non ci riesco perché Marco Pantani poi ci ha riprovato. Lo ha fatto l’anno dopo, in Francia, quando l’unico segno apparente di sé era forse solo quella ridicola “i” accentata alla fine del suo nome, nella pronuncia dei tifosi transalpini. Lo ha fatto quando forse era già morto. 13 luglio 2000, tappa del Mont Ventoux, primo Tour de France con la telecronaca di Auro Bulbarelli in luogo di Adriano De Zan. Pantani attacca, la maglia gialla Lance Armstrong risponde. Vincerà il Pirata in volata. La classifica generale però non si sposta e soprattutto, appena sceso dalla bici, il campione americano dichiara di aver «lasciato vincere Pantani». È uno smacco troppo grosso, anche per chi ormai non è che poche briciole di se stesso. 17 luglio: a cinque chilometri dall’arrivo di Courchevel, dopo un corpo a corpo massacrante con Armstrong, Pantani scatta per l’ennesima volta in faccia all’avversario. I colpi di pedale e quella strana divisa rosa sembrano portare indietro nel tempo, metro dopo metro. Armstrong cede e stavolta, con un ritardo di 51” e la lingua fuori, non ha davvero nient’altro da dire. Una storia d’altri tempi. E anche se il motore è stato inventato da un pezzo, rabbia e amore sono gli stessi di allora nella vittoria del Pirata.

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Non era vero.

Semplicemente, non poteva esserlo. Vincere la prima tappa in carriera alla Grande Boucle sull’Alpe D’Huez dopo essere stato investito in allenamento neanche tre mesi prima e poi essere investito di nuovo, questa volta nel bel mezzo della Milano-Torino, vedendo sbriciolarsi tibia, perone e forse tutta una carriera. No, a venticinque anni non poteva essere vero. Marco viene intervistato già dal letto d’ospedale. È provato, si vede, ma sembra anche straordinariamente tranquillo. Pochi mesi dopo la prenderà addirittura sul ridere: e adesso, pedala!, la sigla del Giro d’Italia ’96 la canta lui, con tanto di cuffione da sala d’incisione e dosi massicce di autoironia. Quel Giro lo vincerà Pavel Tonkov su un tracciato che sembra disegnato apposta per Pantani: Izoard, Gavia, Mortirolo. Ma la gamba è rimasta più corta di otto millimetri: già tanto aver ricominciato a pedalare.

Luciano Pezzi, buon gregario negli anni ’50, ex comandante partigiano qualche tempo prima, è colui che più di tutti lascia spazio ai dubbi. Credere è un atto di fede, dubitare un esercizio, a tratti estremo, di razionalità. E Pezzi dubita. Dubita che rimettersi in bici sia il traguardo. Dubita che tornare a disputare qualche gara professionistica – chessò, magari una classica – possa essere veramente il sogno. Dubita – in ultima analisi – della realtà. È l’autunno del 1996, ci sono circa 9 mesi per preparare Marco Pantani al Giro d’Italia ’97. Per provare a vincerlo. Così, insieme a Giuseppe Martinelli e Davide Cassani, mette insieme una squadra su misura per lui e chi va in bici sa bene che il ciclismo è a tutti gli effetti uno sport di squadra, nonostante si tenda a ricordare solo le grandi imprese individuali. Nella Mercatone Uno ci sono l’amico Roberto Conti e il giovane Stefano Garzelli, più uno stuolo di ex compagni della Carrera, gente che era con lui anche pochi anni prima, quando Pantani staccava Chiappucci, Berzin e Miguel Indurain nell’indimenticabile Merano-Aprica.

Ancora una volta, una caduta pregiudica il Giro. Sembra non finire mai. Pantani arriva al traguardo di Cava de’ Tirreni letteralmente spinto dai suoi compagni di squadra. Ma il dubbio di Pezzi è ormai diventato metodologico e lascia al Pirata solo il tempo di rimettersi in sella: ad attenderlo, il Tour de France. Oltralpe la forma non può essere ottimale; in più, resiste l’insana passione dei francesi per le noiosissime tappe a cronometro. Battere Ullrich e Virenque, insomma, è ancora impossibile. Umiliarli invece no. È ciò che succede nella tredicesima tappa: Pantani scala l’Alpe D’Huez – ancora lei – in 37’35”. Record storico, avversari distrutti fisicamente, moralmente e, vorrei dire, anche esteticamente: l’ascesa del Pirata, la fatica estrema e insieme quell’assoluta leggerezza in piedi sui pedali, sono infatti puro godimento sensoriale. E il terzo posto di Parigi ha tutta l’aria di rappresentare un semplice prologo.

1998: era vero. Questa volta sì, ogni cosa.

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L’umiliazione a cronometro inflitta da Zülle, che raggiunge e supera Pantani, partito tre minuti prima. Il riscatto incredibile sulla Marmolada, mai fatta prima e soltanto sentita raccontare da Conti la sera precedente, con lo stesso Conti che chiede: «Ma non attacchi?» E Marco: «Ma quand’è il pezzo duro?». I rivali che capitolano uno dopo l’altro, inesorabilmente: Zülle, Camenzind, Hončar. Soprattutto Pavel Tonkov, letteralmente schiantato dopo un appassionante testa a testa sulla salita di Montecampione. E poi la maglia rosa a Milano da dedicare al nonno. La decisione di non partecipare al Tour e l’aver cambiato idea due settimane dopo. La morte improvvisa di Luciano Pezzi e una promessa da onorare. Il Galibier, Ullrich in crisi nera che si prende 9′ e la mantellina di Orlando Maini per affrontare la discesa. “A uovo”, naturalmente.

Il pizzetto ossigenato e i fiori gialli del podio di Parigi spediti a Cesenatico, a mamma Tonina. Gimondi e Fausto Coppi.

«Marcolino, perché vai così forte in salita?»

«Per abbreviare la mia sofferenza»

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Era tutto vero, ogni cosa. Stavolta sì.

Non credo di aver mai avuto la lucidità di Luciano Pezzi nei confronti di Pantani. In me, lo ammetto, la razionalità si confonde presto con la fede e la distanza assoluta tra il vero e il falso finisce per stemperarsi in un ricordo che chiede solo di essere rivissuto in quanto rituale necessario. A quello che sono, al modo in cui amo lo sport e le sue storie. Non posso nemmeno dire di aver semplicemente amato Pantani, non sarei onesto. È stato di più: Marco, le sue salite, le imprese in bici e i tonfi sordi, quella solitudine sconfinata anche nelle vittorie più esaltanti, mi hanno dato una seconda versione del mondo, forse più sofferta, ma meno ovvia. In ogni caso, qualcosa in cui credere davvero, almeno da bambino.

Rifacendomi a un film che amo molto, posso allora dire che Marco Pantani è stato la mia stagione di fede assoluta.

E che vive ancora. Oggi e per sempre.