L'essenza della Nostalgia

Il calcio dei “belli de nonna”

Non so perché ma mi son sempre piaciute le storie difficili, le favole, quelle dove la semplicità va subito in fuorigioco. Nascere a Palermo d’altronde questa deviazione te la facilita se cresci innamorato dei rosanero.

Quando stavo a Londra potevo affezionarmi a qualsiasi squadrone dalla vittoria semplice, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Ed infatti presi una sbandata per il Fulham, squadretta di quartiere che se beccava l’anno giusto in Europa prendeva a schiaffi anche la Juventus, se beccava l’anno sbagliato – come due anni fa – retrocedeva.

A Roma, arrivato da poco, potevo scegliere tranquillamente in A ma quel pomeriggio di Settembre mi ritrovai dalle parti di Villa Pamphili. “Ma chi gioca?”, il Trastevere mi dicono. Ma dai, penso, il quartiere dove passo praticamente quasi tutto il mio tempo. C’era il sole, un caldo soffocante, i gradoni quasi vuoti e l’erba scintillava. Eravamo talmente in pochi che si sentiva il suono del cuoio delle scarpette quando si calciava il pallone. In rete. Una, due, tre volte. Quel Trastevere stava onorando mister Pirozzi quel giorno, che non poteva essere presente perché, in qualità di sindaco di Amatrice, aveva qualche pensiero in più per la testa. E probabilmente anche qualche lacrima.

“Bello de nonna!” sentii urlare qualche gradone più in la, da una voce contenta che mi riportava alla realtà. Aveva segnato un ragazzo neo-entrato, Lorusso, portando il Trastevere sul 4-1 (che poi risultò finale) contro il San Severo. Risi parecchio, non sentivo questi commenti dai tempi in cui giocavo nelle giovanili e avevo un po’ di barba in meno. Chiusi gli occhi e sognai un po’. Annusai quel calcio di amici, parenti e gioia vera. Quel calcio dei ragazzi lontani dai riflettori che mandano i baci sui gradoni alle fidanzate, alla mamme, alle nonne. Quel calcio perduto. 

Chi di loro diventerà mai famoso, mi chiedo. Beh, pare che qualcuno ci sia riuscito come mi raccontano in giro. Il Trastevere si chiamava ancora SMIT e si allenava al San Tarcisio di Ponte Marconi. Arrivò un ragazzetto timido, che parlava pochissimo. Lo aveva scoperto Santino Fortino, vecchia volpe della società. In realtà gli occhi erano tutti per il fratello, Riccardo, più dotato fisicamente. Decisamente più adatto a giocare con gli Allievi. Ma il ragazzetto una prova la strappò lo stesso. Era timido ma sfacciatamente ostinato. Si era stancato della sabbia di Torvaianica e mamma Fiorella era un grande sponsor. Entrò in campo e spiegò a tutti come si giocava a pallone.

Era il 1984. Io ancora non ero nato. La leggenda di Francesco Totti si. 

SMIT

Oggi c’è ancora il sole a Villa Pamphili, anche se di gran lunga molti gradi in meno. Sono passati tanti mesi da quel pomeriggio di amici e parenti, e la Nocerina, campana dal blasone passato, è arrivata nella capitale sull’eco dello sfottò da social. “Non vi conoscono neanche a Roma”, il più tagliente.

Suono del cuoio sul pallone, gol. Ancora Lorusso, proprio come alla prima. Mi aspetto di sentire il “Bello de nonna!” lontano ma il boato stavolta è assordante. Non so se si conoscerà a Roma ma il Trastevere è ancora fantasticamente primo in classifica. Non ci sono più solo amici e parenti ma centinaia e centinaia di persone. Le bandiere. Gli ultras. C’è un cuore grande così. La Serie C – come piace chiamarla a noi inguaribili nostalgici – comincia a diventare un sogno da mordere davvero. Ed io ringrazio di essermi seduto su quei gradoni a Settembre, quando cominciò tutto.