L'essenza della Nostalgia

Boom di assenze per problemi personali

«Quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi, la prima cosa che vedo è una pennellata, la porta di Bonano gonfiarsi alle sue spalle, il National Stadium di Tokyo esplodere di enfasi. Ho dieci anni, sono a gambe incrociate con gli occhi fissi sullo schermo e, sul mobile davanti a me è appoggiato un televisore, con dentro allo schermo uno spartito ben definito.

Il titolo del frame è l’allegro Pinturicchio, ma le mie urla coprono la voce del telecronista. Invece di godermi il resto della partita, guardo fuori dalla finestra, in attesa che niente si vanifichi. Il piccolo rettangolo verde del prato mi invita a giocare, e la gioia interiore che si prova quando cominci a capire che la fede non è solo un diminutivo di un nome proprio, ti fanno concepire che, certi momenti resteranno indelebili nella tua memoria da sportivo, tanto che vorrai arrampicarti a ritroso affinché possa riviverli come in quel passato. So che dovrei essere a scuola, mia madre sarà qui da un momento all’altro e si arrabbierà di sicuro quando scoprirà che non ci sono andato.

Il motivo però era troppo importante, fondamentale, ed io non posso permettermi di andare in aula, affrontare sei ore in maniera distratta ed ansiosa e non poter gioire insieme ai miei idoli, solo in un salotto. Solo, si fa per dire. Qualche mese prima, per il mio compleanno, ricevetti una maglietta, non era originale ma sopra aveva tutti i caratteri che io volevo appoggiarmi sulle spalle, sapendo che, indossandoli, non li avrei levati per il resto dei miei mesi passati a tirare calci negli oratori e nei giardinetti. La maglietta è della Juve ed il nome è quello di Alessandro Del Piero, il protagonista della sfida che mi ha permesso di saltare, per una causa più che giusta, scuola. Siamo nel 1996 ed io sto balzando sul mio palco, un divano in pelle che mio padre m’ammazzerebbe se mi vedesse. E’ martedì ed è mattina ovviamente. Non mi capita mai di trovarmi in una stanza dove c’è una pallina, senza non avere il desiderio di tirarle un calcio. Per me Juventus-River Plate rimarrà sempre lo spartito migliore, la vetta più alta del mondo da tifoso, la porta che conduce all’universo dei ricordi. Se potesse trasportarci indietro nel tempo vorrei tornare in quel salotto, nella casa dei miei genitori, per dire a quel ragazzo di dieci anni di confezionare quel momento.

Sarà l’ultimo trionfo di quella squadra nella competizione.»

Come ci si è arrivati. Difficile non ricordare con una certa nostalgia i tempi d’oro lontani di una squadra italiana, a prescindere dall’appartenenza. Chiudo gli occhi e il mondo si spalanca sugli attori principali: c’è Alex Del Piero (ma lui lo abbiamo già citato), ci sono un giovane Zizou e un ingrigito (ma solo nei capelli) Jugovic. C’è capitan Peruzzi a difendere i pali della porta bianconera dalle avvisaglie di un talento del dribbling come El Burrito Ariel Ortega ed il principe Francescoli. C’è anche un ex in campo, Juan Pablo Sorin. L’avventura della stagione precedente gli ha portato in cascina nel suo palmarès una bella Coppa Campioni, diciamo però che l’esterno non ha proprio lasciato il suo segno (solo quattro presenze in Italia).

Come dicevo, la Juventus arriva dal trionfo in patria, nella finale di Roma, vinta ai calci di rigore contro l’Ajax (che l’anno prima aveva battuto il Milan). Los Millionarios invece trionfano in Copa Libertadores contro i colombiani dell’America De Cali, nel doppio confronto che li vede uscire vincenti complessivamente per 2-1, ribaltando la sconfitta di misura dell’andata in trasferta.

Il momento delle due squadre. La Juventus dei due volti la vede protagonista di ben tre pareggi di fila in campionato contro Roma, Napoli e Milan (quest’ultimo a reti bianche), dando vita ad una sensazione d’appannamento che accompagna la Vecchia Signora in campionato. Il rovescio positivo della medaglia però fa coincidere, a referto, un’uscita vittoriosa decisamente da ricordare nell’ultima partita prima di questa finale, in Champions all’Old Trafford, contro il Manchester United per 0-1. Davanti a 75000 spettatori circa, e con un nostalgico Garcia Aranda ad arbitrare la sfida, Del Piero mette a tacere su rigore i numerosissimi tifosi inglesi.

Sono i tempi di una Juventus europea che non saprà più ripetersi con questa costanza nel suo futuro. Il River marcia spedito verso il titolo d’Apertura del campionato argentino che concluderà con 46 punti, frutto di quindici vittorie, un pareggio e tre sconfitte, con ben nove punti di vantaggio sulla seconda, l’Independiente.

8 mm. C’è la voce di Ciro Ferrara, ma lui non si vede. C’è una cassetta in registrazione ed una promessa. La promessa è quella di mandarla in onda se la squadra tornerà da Tokyo con la coppa. C’è una squadra provata dal viaggio aereo, Porrini avvolto in una coperta e un giovane Iuliano ad affiancarlo, il bello della squadra Alessio Tacchinardi e la sua capigliatura a caschetto tipica degli anni ’90, c’è un giocatore che ha la faccia di un pugile ed un animo buono e battagliero, Christian Vieri, all’epoca ventitreenne. Il suo compagno di bordo è un soldatino che nasconde due attributi “tanto”, fuma sigarette abbastanza da levargli il fiato ma questo non lo distoglie da macinare chilometri, ogni settimana, in fascia: il suo nome è Angelo Di Livio. C’è persino Dimas con un giornale in mano, ragazzi.

ESCLUSIVE INTERCONTINENTAL CUP 1996 JUVENTUDD RIVER PLATE

EXCLUSIVE CIRO FERRARA AMATORIAL VIDEO FOR ITALIAN TELEVISION VIDEO ESCLUSIVO SUL VIAGGIO VERSO TOKIO PER LA CONQUISTA DELLA COPPA INTERCONTINENTALE 1996 DA PARTE DELLA JUVENTUS F.C.

C’è Pinturicchio che sembra essersi svegliato da un letargo immenso, tanto la sua capigliatura appare arruffata. Di letargo c’è poco e nulla in lui. In quel periodo ogni palla che tocca si trasforma in tre punti e tutti a casa. C’è Falcioni, terzo portiere, quella stagione riuscirà pure ad avere una presenza in campionato. E poi Lombardo vispo e Peruzzi sonnecchiante. Ci sono tutti. E tutti sono pronti a sostenere l’ultimo allenamento di rifinitura dopo un viaggio estenuante.

La partita dalla mia stanza. C’è il cuore che batte in maniera irregolare, non sono più seduto “normalmente” sul mio divano. Mi sono inginocchiato e, di tanto in tanto, mordo con i denti il pigiama all’altezza dei bottoni vicino al collo. Sono più o meno le undici del mattino e squilla il telefono di casa. “Che pizza! Mi verrebbe voglia di non andare a rispondere”.

– Pronto? –

– Sono Marco. –

– Marco, sto guardando la partita. –

– Lo so, cavolo. A casa mia non c’è Tele + e la radiolina se l’è portata mio papà a lavoro. –

– Guarda il televideo, no?! –

– Non dicono nulla sul televideo. C’è scritto che giocano stamattina ma non mi da il risultato. Ho il bar sotto casa mia pieno di juventini ma siccome la signora del bancone conosce i miei, ho paura a scendere e farmi beccare che non sono andato neanch’io a scuola. –

– Ascolta, fammi andare che mancano dieci minuti più o meno. Ti avviso io se segnano. Ti chiamo. –

– Dai, va bene. Mi raccomando! –

Torno in posizione inginocchiata ed inizio a godermi lo straziante momento della partita, vissuto tra estasi e tensione, tra inferno e paradiso.

Mancano dieci minuti alla fine, osservo Di Livio sulla bandierina. Sta per essere battuto un calcio d’angolo. Sento l’adrenalina conficcarsi nel ventre.

“Ferrara…Porrini…parte Di Livio…Attenzione a Del Piero…rete! Reteee!!! Alex Del Piero! La Juventus va in vantaggio…”

Il gol decisivo di Del Piero:

JUVENTUS-RIVER PLATE 1-0 – Goal Del Piero / Fischio Finale (M. Marianella) + Highlights [HD]

FINALE COPPA INTERCONTINENTALE 26.11.1996 / 26.11.2016 GOAL DEL PIERO / FISCHIO FINALE (TELECRONACA M. MARIANELLA) + HIGHLIGHTS

Non ricordo come cadde a terra il vetro del tavolino del salotto, era la prima volta in dieci anni di vita in cui non avrei avuto paura di prendere tanti schiaffoni da mio padre per l’accaduto. Ora sono seduto davanti allo schermo di un computer e, senza chiasso intorno, l’armonia del mio mesto cimelio mi catapulta sui particolari più assurdi che, con reminiscenza, vago svanendo in un sorriso di rimpianto.

I greci la chiamerebbero elegia. Vedo ancora Lippi camminare verso la sua panchina, sullo schermo comparire i numeri color giallo del risultato e quell’uno girare vorticosamente sopra la scritta Juventus, Bonano correre con la palla in mano verso il centrocampo ed Ortega guardare indietro verso la propria porta, come se sperasse di avere poteri alla Benjamin Button per tirar fuori quel pallone da sotto il sette. Domandarsi chi fosse il telecronista di Tele+ in quella fatidica mattinata e scoprire solo dopo anni che si trattava di un giovanissimo Marianella, ricordarsi come i rumori del tifo superassero quasi di gran lunga l’insonorizzazione della telecronaca stessa, sicuramente non impeccabile nel suono.

Ringraziare Zidane per quella spizzata decisiva ed assistere agli ultimi attacchi del River, più che altro con conclusioni dalla distanza, senza riuscire a sviluppare la manovra in area di rigore. Imprecare all’ennesima occasione sciupata da Boksic, dopo che nello stretto, Di Livio trasmette su Boksic che, di sponda volante, appoggia per Zidane che, a sua volta, gioca veloce su Del Piero che imbecca con un pallonetto in verticale il croato. Diagonale di un soffio a lato. Avere le coronarie in disfunzione rispetto all’età che si ha solo per qualche rischio è un affare del tifoso. La Juventus comunque c’è ed il 2-0 non si tramuta solo perchè la punizione di Alex, dal limite dell’area, esce davvero di poco. E poi…Bonano palleggia fuori dall’area mentre Boksic lo va a contrastare per rubare palla e segnare a porta sguarnita ma…è finita.

La Juventus è campione del mondo.

Proprio mentre mia madre gira le chiavi nella serratura e sta già inveendo ancora prima di entrare. Sono il tifoso più felice della terra mentre lei promette di non farmela passare liscia e, nella discussione generale del post partita, uno squillo sul telefono di casa riemerge. Risponde mia madre.

– Pronto! –

– Allora, quanto ha fatto la Juve? –

Mia madre scaraventa la cornetta a terra.

Oggi Marco ha trentun’anni e lo vedo di rado rispetto a prima ma, quando mi capita di incontrarlo per strada, non mi dice nè ciao nè come stai.

– Allora, quanto ha fatto la Juve? –

Sorridiamo come degli scemi. La mia ragazza mi domanda – Ha giocato la Juve? –

Risposta – Si, vent’anni fa. –

ARRIVEDERCI NOSTALGIA.